Agua: il Brasile visto da Pina Bausch

Pas des deux

[img_assist|nid=8362|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]VENEZIA - Un’estate piena quella di Pina Bausch. Non è passato nemmeno un mese da quando, in occasione del 5° Festival di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia, le viene consegnato il Leone d’oro alla carriera.

A lei, che ha indagato sul teatrodanza, dando ai corpi la possibilità di parlare di temi universali, alternando la critica all'ironia, cercando l'essenzialità ed il realismo, utilizzando la vocalità e il silenzio, il gesto quotidiano e l'immaginazione pura dei bambini.

Interessata a ciò che muove gli esseri umani, non tanto al modo in cui si muovono, ha ispirato e continua ad ispirare in molti paesi quel linguaggio del corpo e della mente che è la danza. Citando la motivazione del premio, ha firmato montaggi sapienti di passi, suoni e testi per raccontare con la danza storie di persone, di individui, di vite...

Ed è così anche per Agua, prima esclusiva italiana che dal 12 al 15 luglio approda a Venezia, nella città acquatica per eccellenza, nell’elegante scenario del Teatro La Fenice, con cui la coreografa tedesca ha un rapporto speciale. Era il 1985 quando, in occasione della Biennale, lo storico teatro fece conoscere il lavoro di Pina Bausch al pubblico italiano, dedicandole un’antologia.

A partire dalla metà degli anni Ottanta, assieme alla sua compagnia multiculturale Tanztheater Wuppertal, Pina Bausch inizia un[img_assist|nid=8363|title=|desc=|link=none|align=right|width=393|height=640] vero e proprio viaggio-percorso: ad ogni tappa uno spettacolo, una città reinventata. E così da Roma a Palermo, da Madrid a Vienna, da Hong Kong a Lisbona, da Budapest e Instabul, nel 2001 passa anche per il Brasile. Il metodo è sempre lo stesso: per due o tre settimane la troupe viene accolta dal territorio ospite, si accumulano materiali ed esperienze e, in un serrato scambio di suggestioni, ricordi ed impressioni, si procede infine alla composizione.

L’elemento che accomuna Rio, San Paolo e Bahia, le tre città da lei esplorate, è l’acqua del titolo. Acqua che attraversa il Brasile, ma che sembra attraversare anche le persone donando loro una straordinaria gioia di vivere. Acqua che i danzatori bevono e si sputano addosso come in un gioco fanciullesco. Ma l’acqua è anche un bene, di cui si parla molto negli ultimi tempi e la compagnia del Tanztheatre ne deve aver vista molta ancora in Brasile. Lo spettacolo si apre con immagini proiettate sul fondale di palme mosse da un vento marino che fanno tanto atmosfera vacanziera e i movimenti del primo assolo sembrano come causati dal vento. E anche il successivo duetto di uomini in nero somiglia ad un’onda, tanto che i due paiono scivolare sulla terra senza toccarla. Poi le immagini cambiano e sono i tamburi frenetici di un gruppo di brasiliani a dettare i movimenti. Le donne sollevate dai danzatori sembrano camminare nell’aria. Visioni che ci fanno viaggiare in un Brasile magico e passionale, sospeso nell’immaginario come un luogo giocoso. Pina Bausch ci fa stare spensierati con scenette leggere dove si ironizza sul tempo meteorologico e si offre agli spettatori un caffè, giusto un piccolo break per il pubblico, affascinato dalla tipica scena di donne brasiliane con in testa il cesto di frutta.

[img_assist|nid=8364|title=|desc=|link=none|align=left|width=640|height=487]Tutto scorre in questo spettacolo, un po’ come l’acqua e come la vita, che è un continuo mutare da una condizione all'altra. Panta rei, diceva Eraclito di Efeso. Ed è questo continuo mutare che costituisce il senso stesso del cosmo. In movimento è anche il Brasile di Pina Bausch, fatto di palme e sole, ma anche di prostituzione e droga. Il palcoscenico, trasformato in una scatola bianca apparentemente rassicurante, smaschera le menzogne e mette in evidenza i dettagli. Pezzi di rapporti umani, pezzi di città… o semplicemente Stüke (pezzi in tedesco) come chiama i suoi spettacoli. Alla fine grandi applausi e quasi il pubblico si commuove quando lei esce sul palco. Una monaca col gelato che all’improvviso ti strizza l’occhio col suo volto aristocratico, tenero e crudele, misterioso e familiare, chiuso in un’enigmatica immobilità diceva di lei Federico Fellini, che vi trovò la perfetta Principessa Lherimia per uno dei suoi ultimi film E la nave va.