Al Mittelfest ‘08 una lezione di grande teatro: Caligula

Sipario
[img_assist|nid=14121|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]Cividale del Friuli (UD) – (…) Oltre i suoi limiti c’era l’unica via di fuga, un sonno privo di sogni e del terrore di dover essere eccezionali. (…) Mi chiedevo per quanto ancora avrei deciso di abitare quel medioevo di peste e usura, di vivere tra uomini e donne senza traccia, gente che trovava pace solo nell’urlare sempre più forte. Nulla li seduceva più del mutismo. Eppure urlavano. Popolazioni transitorie di voci tonanti e streghe. Si trascinavano per le strade umide parlando lingue antiche più delle rovine delle città sepolte dal deserto.

Così Don DeLillo nel bellissimo Great Jones Street. Una citazione che coglie perfettamente l’essenza di Caligula, il nuovo, eccellente lavoro di Tomaž Pandur, presentato con ottimo successo nel festival appena concluso. Una cooperazione di forze e di intenti tra Slovenia, Montenegro, Croazia e Macedonia; quando si dice che in nome dell’arte possono essere superati i dissapori etnici e prodotti linguaggi tanto efficaci quanto autentici.


Tratto da Caligola di Albert Camus, il Caligula di Pandur[img_assist|nid=14122|title=|desc=|link=none|align=right|width=640|height=427] sviluppa una sorta di paesaggio extra-temporale ed extra-geografico, immergendo una vicenda cupa e dolorosa in una sorta di incubo della Storia. Attraverso il personaggio dell’Imperatore - un Gaio Giulio Cesare Germanico noto grazie alla biografia di Svetonio nella quale viene dipinto come crudele, eccentrico, instabile - emergono prepotentemente i tratti distintivi di tutte le umane debolezze: invidia, istinti edonistici, sofferenza, …

No, nessun sentimento. Ne ho abbastanza di sentimenti e non c’è tempo da perdere. Chi oserebbe poi condannarmi in questo mondo dove nessuno è innocente e a nessuno è dato da giudicare. Non voglio la luna. Non l’ho mai voluta. Ma quanto si soffre a saperlo e a incamminarsi verso una brutta fine. Questo è il Caligula di Pandur, questa è la metafora dell’Uomo e della sua storia, che non gli ha insegnato nulla e che continua a deriderlo dei suoi vizi.

Una scenografia essenziale si muove su quattro blocchi che s’incastrano e ruotano, tagliando spazio e luce con un’accuratissima analisi espressionista del non-luogo teatrale. Sotto, un lago stilizzato su cui si rincorrono, si scontrano (prevalentemente contro se stessi ed il proprio muro eretto sul mondo), si dannano, si amano i personaggi. Uno spettacolo giocato sulla fisicità (dei monoliti, dei corpi), sulla densità delle immagini e dei sentimenti, sulla sensualità (i corpi nudi che si dimenano nell’acqua travolgono, con la loro trasgressione, anche i nostri). Una rappresentazione astratta/allegorica di rara efficacia dove destino e forza di gravità emozionale la fanno da padrone; l’Uomo è ancorato dalla vita e dal corpo alla sofferenza degli impulsi materiali, attratto gravosamente dall’erotica bellezza dei sogni e delle mete irraggiungibili (il teatro, la voglia di possedere la luna), confinato nella sua palude di zone d’ombra e divorato dal suo stesso senso di [img_assist|nid=14123|title=|desc=|link=none|align=left|width=640|height=427]peccato/d’impotenza. Tragedia dell’anima, che a volte ci eleva ma che sa anche farci precipitare dolorosamente. Non siamo mai soli, siamo sempre in compagnia del peso del passato e del futuro.

Perfetta la resa della distribuzione delle superfici, necessari i costumi (per rendere trasversali le epoche e per restituire il concetto della nudità che ci rende tutti, colpevolmente, uguali), notevole la drammaturgia di Livia Pandur ed eccellente tutta la compagnia, composta tra gli altri da: L. Badurina, D. Vidušin, S. Medvešek, H. Klobu?ar, O. Grabari?.

Difficile, impegnato, imperdibile: speriamo veramente che qualcuno se ne accorga e gli regali la visibilità che merita: per il Teatro, per il pubblico.