Al Teatro La Fenice Eliahu Inbal dirige musiche di Justė Janulytė e Antonín Dvořák

Classica
VENEZIA - Venerdì 30 gennaio 2009 alle ore 20.00 e domenica 1 febbraio 2009 alle ore 17.00 Eliahu Inbal, direttore musicale della Fondazione Teatro La Fenice, dirigerà al Teatro La Fenice il quarto concerto della Stagione sinfonica 2008-2009. La prima parte del programma prevede l’esecuzione di un recente brano della giovane compositrice lituana Justė Janulytė, Textile, che l’Orchestra del Teatro La Fenice ha già eseguito in prima assoluta nell’ottobre 2008 per la Biennale Musica. Seguirà il Concerto per violino e orchestra in la minore op. 53 di Antonín Dvořák, solista la ventenne violinista tedesca Veronika Eberle. Ancora a Dvořák sarà dedicata la seconda parte del concerto, con la Sinfonia n. 8 in sol maggiore op. 88 composta nel 1889 e articolata nei movimenti Allegro con brio, Adagio, Allegretto grazioso, Allegro ma non troppo. La pomeridiana del 1° febbraio rientra nell’iniziativa La Fenice per la città, rivolta ai residenti nel comune di Venezia in collaborazione con le Municipalità del Comune. Nata nel 1982, Justė Janulytė si segnala all’attenzione della critica nel 2004, dopo gli studi all’Accademia lituana di musica e teatro e al Conservatorio di Milano. Superfici sonore statiche e monocromatiche sono il tratto distintivo delle sue composizioni, che nascono spesso dalla suggestione di fenomeni visivi o olfattivi. Textile per orchestra, composto nel 2006 ed eseguito per la prima volta in concerto il 2 ottobre 2008 nell’ambito del 52. Festival internazionale di musica contemporanea della Biennale di Venezia, dà forma all’idea di un suono che emerge dal silenzio e al silenzio ritorna, attraverso un ordito orchestrale fatto di tremoli, di armonici, di lente stratificazioni che creano una sensazione di pulsazioni subacquee. Composto durante l’estate 1879 il Concerto per violino op. 53, unicum nella produzione di Dvořák, è chiaramente in rapporto con quello di Brahms, presentato al pubblico il primo gennaio dello stesso anno e come quello di Dvořák dedicato al grande violinista Joseph Joachim. Dvořák inviò a fine novembre 1879 il frutto del suo lavoro all’autorevole dedicatario, che lo indusse a riscrivere il concerto modificandone soluzioni armoniche, orchestrazione e organizzazione formale. La composizione fu inviata di nuovo a Joachim nei primi mesi del 1880, ma l’opera fu eseguita solo il 14 ottobre 1883 a Praga. Testimonianza memorabile dell’arte di Dvořák, il concerto, che unisce alla vivacità tenera e scapigliata dei canti di Boemia la confessione intima, in un clima da sortilegio virtuosistico che pare già preconizzare l’impressionismo, si articola in tre movimenti: un Allegro ma non troppo di grande temperamento e struttura decisamente anomala rispetto al modello beethoveniano, un Adagio ma non troppo in tempo ternario che comprende un interludio strumentalmente impervio in minore, e un Finale in forma di rondò-sonata caratterizzato da trascinanti temi tratti dalla tradizione slava. Composta nell’autunno del 1889 a Vysoká, in Boemia, ed eseguita per la prima volta a Praga il 2 febbraio 1890, due anni prima della partenza dell’autore per gli Stati Uniti con l’incarico di direttore del National Conservatory of Music di New York, l’Ottava Sinfonia di Dvořák costituisce con la Nona (la Sinfonia Dal nuovo mondo) il culmine dell’arte sinfonica dell’autore, e al tempo stesso il ‘punto di non ritorno’ per il destino espressivo di una musica nazionale ceca in ambito ottocentesco. Se fino alla Sesta Sinfonia (e di nuovo nella Nona) la produzione orchestrale di Dvořák aveva incarnato il tentativo, splendido e ingenuo al tempo stesso, di costruire ampi organismi sinfonici di impostazione formale classica a partire da materiali popolari o ad essi consanguinei, in fiducioso equilibrio fra istanze collettive e istanze ‘colte’, e se la Settima aveva segnato un’improvvisa sterzata verso moduli decisamente cosmopoliti ispirati a un brahmsismo rigoroso, l’Ottava raccoglie i cocci della sinfonia ‘classico-nazionale’ per denunciare mahlerianamente l’insuperabile alterità fra il linguaggio colto della musica europea, fondato su un’ormai raffinatissima tecnica dell’elaborazione tematica, e le presenze sorgive della musica popolare. Nella sinfonia infatti Dvořák esplica tutta la sua agguerrita tecnica costruttiva di ascendenza brahmsiana per tracciare una rete fitta di interrelazioni motiviche fra i vari temi, quasi tutti di matrice folklorica e impregnati di quel tipico lirismo venato di sfumature etniche e ‘paesistiche’ di cui Dvořák è maestro; e tuttavia la loro eterogeneità non viene celata, ma esibita e sottolineata mediante deviazioni, contrasti di stile, aggiunte e lacerti, quasi a dimostrare la loro irriducibilità a costituire un’opera di stampo classico. I richiami tematici finiscono così per fungere, in negativo, da briglie che evidenziano impietosamente la sostanziale estraneità reciproca dei materiali collegati. Ne derivano sconcertanti sbalzi di tono e livello stilistico, nonché una struttura formale del tutto atipica: basti pensare al curioso intreccio fra tema con variazioni e forma sonata nel finale, o al ricorrente e destabilizzante passaggio modale fra minore e maggiore sulla stessa tonica che pervade tutta la composizione.