Alla ricerca del rumore perduto. Connessomagazine incontra John Duncan

InterConNessi

[img_assist|nid=3716|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=123]Statunitense di origine, ma apolide e ospite di innumerevoli stati (5 anni in Giappone, 3 in Scandinavia, da oltre 10 in Italia, anche in provincia di Udine) John Duncan è stato protagonista assieme alla svedese Leif Elggren della 7ª edizione del festival internazionale dedicato alle arti elettroniche www.netmage.it,  la rassegna che offre un variegato scenario sulla ricerca “audiovisuale” contemporanea.

Dopo le performance degli anni Settanta, Duncan impiega soprattutto il suono per indagarne percezioni impercettibili. Una ricerca accanita verso ciò che ci circonda, che stimola sensi ed emozioni, verso possibilità d’esperienza inattese e inconsapevoli. Il suo approccio è scientifico e la sua sperimentazione affonda le radici nella fine dell’Ottocento, quando ci furono i primi studi sulla luce, sulle sue frequenze in relazione ad un’indagine psicologica.

Connessomagazine.it: - Come realizzi tecnicamente le tue sonorità?

John Duncan: - I miei suoni preferiti sono le interferenze atmosferiche, i punti in cui tutti questi segnali si mescolano e distorcono. Ne trovo uno, lo registro, e dopo ne cerco un altro che in qualche modo interagisca col primo, e così via, fino a raggiungere un “mescolamento ondulante”. Delle onde mi affascina la mescolanza di due, tre, quattro segnali nello stesso momento, quando i segnali vengono distorti da agenti atmosferici, dall’attività solare, dalle tempeste.

Connessomagazine.it: - Come fondi assieme suoni e colori? Qual è l’alchimia che da cui scaturisce l’energia?

John Duncan: - Suoni e colori, in ultima analisi, sono entrambe frequenze, onde elettromagnetiche. L’alchimia è costituita dalle modalità attraverso le quali sono percepite, dunque dall’elemento umano.

Connessomagazine.it: - Esiste il rumore puro?

John Duncan: - Sì, dal momento che i segnali audio costanti e regolari conosciuti come rumore bianco e rosa vengono considerati puri.
Passiamo 9 mesi della nostra primitiva esistenza immersi nel silenzio, che buio e liquido ci preserva  consegnandoci alla luce. Dal primo vagito in poi, il resto della vita è soprattutto[img_assist|nid=3715|title=|desc=|link=none|align=right|width=640|height=430] rumore. Rumore di ogni tipo che circonda ogni giorno. Dal ticchettio dell’orologio, per molti insopportabile, al rombo di un reattore, quasi assordante. Eppure ci sono luoghi primordiali della Terra dove il silenzio dura da milioni di anni. Parlo del fondo degli oceani, in cima alle montagne. Silenzio è lontano dall’uomo, silenzio è lontano dall’uomo tecnologico.

Connessomagazine.it: - L’uomo ha davvero bisogno del rumore per esprimersi?

John Duncan: - Abbiamo bisogno di esprimerci, con ogni mezzo a disposizione. Ed è stato provato che il silenzio non esiste e dunque è impossibile esperirlo. Categorizzare su cosa sia rumore e cosa sia musica sembrerebbe non portare da nessuna parte. Ma se rumore è una perturbazione sonora che emerge dal silenzio dando luogo ad una sensazione acustica, allora, al di là dell’armonia,  la ciclica ripetizione di un rumore dà sempre origine alla musica?
La mente genera musica, dal momento che è essa a stabilire che cosa sia musica. Ovviamente la definizione può sempre essere modellata e ampliata.

Connessomagazine.it: - I tuoi occhi piccoli e rapidi sembrano quelli di un pazzo che osserva con folle lucidità l’uomo ed il mondo. E ascolta. E interpreta. Cos’è per te l’arte?

John Duncan: - E’ un’esperienza, qualcosa che esiste al di là delle parole e sfugge ad ogni descrizione.

Connessomagazine.it: - La tua arte è sperimentazione per costruire o sperimentazione per distruggere?

John Duncan: - Nessuna delle due. Io formulo delle domande, creo delle situazioni e sto a vedere cosa succede.

Connessomagazine.it: - Cosa cerchi di raggiungere con la sperimentazione? La vita? La morte?

John Duncan: - Risposte.

Connessomagazine.it: - Ha un dovere l’artista nei confronti dei fruitori della sua arte?

John Duncan: - L’artista ha una responsabilità nei confronti della propria arte, ovvero quella di renderla la migliore possibile, mettendovi anima e corpo.

Connessomagazine.it: - A cosa stai lavorando adesso?

[img_assist|nid=3717|title=|desc=|link=none|align=left|width=640|height=514]John Duncan: - Per quanto riguarda la mia attività personale, ho curato presso la Färgfabriken di Stoccolma un’installazione con allarmi antirapina, denominata The Gauntlet. Per la Galleria Enrico Fornello di Prato, invece, sto seguendo uno spettacolo di gruppo intitolato Cross Lake Atlantic, che vanta la partecipazione di Scott Arford, Gary Jo Gardenhire, Kim Gordon and Jutta Koether, Brandon LaBelle, Teresa Margolles e Fredrik Nilsen.

Connessomagazine.it: - Il Friuli pare una terra piuttosto silente. Perciò te ne sei andato?

John Duncan: - Ho lasciato il Friuli per poter essere in grado di respirare.

Connessomagazine.it: - Perché hai scelto di fermarti in Italia?

John Duncan: - Il primo motivo è stato l’amore per mia moglie. Attualmente la mia esistenza si svolge qui. Mi piace vivere in Italia e parlare la lingua italiana. Ho trovato dei cari amici qui.