Andrea Liberovici, un tuffo nel presente artistico

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[img_assist|nid=4116|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=129]Andrea è sicuramente uno degli intellettuali più importanti, freschi ed innovativi nel panorama artistico italiano ed internazionale. Nel 1978, a quindici anni, ha debuttato con l’album Oro e da allora ha conosciuto una costante evoluzione, cimentandosi sempre in progetti dal respiro autorale innovativo, senza aver paura della sperimentazione.

Abbiamo apprezzato moltissimo la sua regia de Lo zoo di vetro di T. Williams e abbiamo voluto sentirlo per approfondire alcuni aspetti del suo lavoro.

Connessomagazine.it: - Il tuo sito personale (www.liberovici.it) è improntato all’essenzialità ed è introdotto dalla massima mi rovescio nel fondo e nel niente. Puoi spiegarmi queste scelte?

Andrea Liberovici: - La frase è tratta da una poesia di E. Sanguineti, inserita nel mio spettacolo Rap di qualche anno fa. In realtà la frase non l’ho scelta io, è il frutto del lavoro di due artisti di Montréal in Canada che, dopo aver visto un mio spettacolo, mi hanno chiesto di curare l’home page del sito, facendo anche le foto e creando l’animazione. Il fatto che sia un po’ abbandonato è perché preferisco riversare tutti i contenuti sul sito del Teatro del Suono (www.teatrodelsuono.it).

Connessomagazine.it: - Hai iniziato a comporre giovanissimo; ti sei mai sentito un enfant prodige, con tutto il peso delle aspettative che ne consegue? Hai mai rischiato di montarti la testa?

Andrea Liberovici: - Sì, tutto ciò è accaduto… Se può interessare, da più di un mese è ormai in vendita un libro che parla di tutto il nostro lavoro, s’intitola Officina Liberovici – il suono diventa teatro, edito da Marsilio Editori, e c’è un lungo racconto che spazia da quando ho iniziato a lavorare fino ad oggi (le relazioni con gli artisti, tante foto, …). Ho iniziato facendo musica da giovane (vengo da una famiglia di musicisti, per cui la musica è di casa), ho studiato al conservatorio (violino, viola e composizione) e, poi, per reazione all’ambiente conservatoristico (la parola rende ottimamente l’idea del luogo), ho cominciato a fare la musica rock. Successivamente ho viaggiato molto, vivendo per un po’ a Londra e a Parigi, fino ad approdare a Genova, dove ho messo un po’ la testa a posto e ho ricominciato a studiare teatro senza mai abbandonare la musica. Però montarmi la testa a dir la verità no, non me ne è mai fregato molto, non ho mai fatto, né faccio questo lavoro con delle ambizioni mondane, non mi interessa apparire, andare alle feste o essere sui giornali; mi interessa solo raccontare e potermi esprimere con la mia creatività, è questo che mi dà la felicità. Tutto il resto, le cose che danno visibilità, le vivo come una male da affrontare, non mi danno certo un grande piacere.

Connessomagazine.it: - Nel 1996, insieme ad Ottavia Fusco, hai fondato il Teatro del Suono; puoi indicarmene i tratti fondamentali e dirmi perché questa scelta?

Andrea Liberovici: - Nasce perché ho sempre pensato che la relazione musica-spettacolo sia una cosa molto stretta (anche in prospettiva, in evoluzione); io non amo il teatro di parola fine a se stesso, mi annoia, lo trovo scollegato dalla realtà. La realtà è che viviamo immersi in un ambiente, in un linguaggio audio-visivo molto forte. Il teatro che amo è un teatro che non scimmiotta l’audio-visivo imperante, ma lo utilizza per farne un discorso diverso. Bisogna essere stranieri nella propria lingua; io credo che la lingua dominante in questo momento sia l’audio-visivo e bisogna conoscerlo bene per poterlo rimanipolare, reinventare, diventare appunto stranieri, ma anche riuscire a parlare attraverso questa lingua.

Connessomagazine.it: - Hai collaborato con Peter Greenaway per la composizione delle musiche di Children of Uranium: è un personaggio difficile come appare dai suoi film? com’è stata la collaborazione?
Andrea Liberovici: - Non è un personaggio facile, ma io ho avuto un buon rapporto con lui e abbiamo lavorato bene insieme. Meno con sua moglie (lavorava anche lei al progetto): con lei è stato più difficile comprendersi. Greenaway è una persona molto complessa, ma benché faccia una retorica sul futuro, sui nuovi mezzi della comunicazione, mi pare sia arroccato ad un’estetica tutta sua, abbastanza ferma agli anni ’80, senza particolari evoluzioni. Alla fine non sono rimasto particolarmente entusiasta di tutto il progetto, onestamente mi aspettavo qualcosa in più da questa relazione, anche se parlo comunque di un altissimo livello, una grande professionalità e di una genialità per cui ho un grande rispetto.

Connessomagazine.it: - Come avviene la scelta di un progetto e cosa cerchi di ottenere?

Andrea Liberovici: - Ogni progetto ha una storia diversa, non parto sempre con la stessa struttura mentale. Quando mi avvicino ad un classico, come ormai è Lo zoo di vetro, cerco di capire il perché è diventato un classico, quali sono gli elementi contemporanei della sua scrittura e, di conseguenza, faccio emergere gli elementi della contemporaneità con i linguaggi della contemporaneità a me consoni e consoni al pubblico. Uno dei problemi del teatro italiano è che spesso è gestito (come tutta la cultura e la comunicazione italiana, del resto) da persone che sottovalutano le capacità e la cultura del pubblico: questo li porta a ripetere dei prodotti all’infinito, solo perché magari avevano funzionato anni prima. Io, invece, credo che esista una grande pulsione al rinnovamento da parte della gente; ho un grande rispetto per i miei contemporanei e cerco di essere calato nella realtà di questo momento storico, per cui cerco di tradurre il classico con la lingua che stiamo usando ora.

Connessomagazine.it: - Hai girato un bellissimo corto dal titolo Cinquecentomila leoni (apparso in tv nell’altrettanto bel programma di Canale 5 Il senso della vita, ndr.) che racconta la solitudine e la follia di Johnny Weissmuller, grande attore e sportivo del passato, definendolo come il racconto di un gorgoglio interiore. Cosa intendevi? Perché la scelta di questa storia?

Andrea Liberovici: - Per questo progetto ho collaborato a strettissimo contatto con Aldo Nove, l’autore della sceneggiatura. Ci interessava l’idea che, in questo mondo così immerso nell’audiovisivo spesso chi ne è protagonista (chi fa l’attore e vive in un mondo d’immagine) arriva a confondere se stesso con l’immagine che rappresenta; è un argomento tipicamente pirandelliano, non abbiamo scoperto nulla.
Un esempio assolutamente lampante di confusione e vertigine è proprio il caso dell’attore che interpretò Tarzan al cinema negli anni ’40 (qui reso ottimamente da un insospettabile Gianfranco Funari), che verso i settantanni impazzì andando in giro per New York urlando come Tarzan. Questa figura ci è sembrata altamente tragica in sé e simbolicamente molto vicina a una patologia (la follia di quest’ambiente) che chi frequenta il mondo dello spettacolo rischia. Lo sentivamo come un problema molto attuale.

Connessomagazine.it: - Hai dichiarato che l’estetica del montaggio è la vera dominante dell’arte nell’ultimo periodo. Come cali quest’affermazione nella realtà del teatro?

Andrea Liberovici: - Il secolo scorso ha evidenziato, attraverso il cinema, che tutta l’arte in movimento (anche musica e teatro) è un’arte di montaggio. Chi compone musica e chi scrive per il teatro sa che è tutto basato sul montaggio (Shakespeare, Bernstein, Stravinskij,… sono tutti grandi montatori). La cosa che non amo dell’epoca in cui viviamo è che spesso il montaggio si avvicina molto come linguaggio all’idea del postmodermo, dove uno monta citazioni di cose altrui. Io non ho mai montato citazioni di altri, ma cose mie, il furto semmai lo faccio a me stesso e non ad un altro.

Connessomagazine.it: - Ne Lo zoo di vetro hai portato sul palco il passato incombente dei/sui personaggi in scena, rendendo tangibili le loro psicologie. Quanto ci è voluto a trovare le soluzioni ideali per inquadrare questo fuoricampo emotivo ed esistenziale?
Andrea Liberovici: - Ne Lo zoo di vetro la critica bacchettona, e troppo impegnata a seguire spettacoli in quantità, non ha capito che in realtà questa cosa è già tutta in Tennessee Williams, il quale ha scritto una prefazione al testo (inedita in Italia, si trova nelle edizioni americane) in cui fornisce tutta una serie di elementi precisi e visionari alla regia: dice che non vuole oggetti in scena, che vuole delle scritte, che il tutto va trattato come un sogno… insomma una serie di indicazioni molto ricche che mi hanno suggerito l’idea di mettere in scena questo e non un altro testo, perchè le ritrovavo di una grandissima attualità. Il mio lavoro non è stato tanto sul testo stesso, ma una ricerca sulla presentazione di questo testo.

Connessomagazine.it: - Perché Williams decide di ambientare il tutto in uno spazio metafisico, astratto, senza tanti decori?

Andrea Liberovici: - La certezza non posso averla, ma credo perché, essendo questa una storia molto autobiografica, in questo modo lui ha voluto allontanare il dato troppo personale, così da far diventare questa pièce universale.

Connessomagazine.it: - Verso la fine della rappresentazione c’è l’incontro tra la ragazza e l’ospite e il tutto è scandito da un dialogo improntato alla dolcezza: non è uno stacco netto rispetto alla ruvidezza tipica di Williams?

Andrea Liberovici: - Questo è vero. Non ho nulla contro la sdolcinatezza, che fa parte della vita come la ruvidezza; non ho una scala di valori in questo. Qui però c’è sicuramente uno scarto netto nel testo e al suo interno è la scena più compiuta, più teatralmente classica. Tutto il resto è costruito su flash-back e frammenti, mentre quella zona lì è intoccabile; abbiamo provato a tagliarla qua e là, ma se si taglia crolla immediatamente, è una macchina costruita con estrema precisione, con grande sapienza di teatro di parola classico, con un tema che si sviluppa dall’inizio alla fine. Sembra quasi[img_assist|nid=4156|title=|desc=|link=none|align=right|width=640|height=640] contraddittorio con la scrittura che la precede e la segue, ma credo che vada a combinarsi molto bene nell’economia di tutta la pièce. Tutto il grande teatro è costruito per opposti molto stridenti (pensa all’Amleto dove si passa dal monologo dell’Essere o Non Essere alla scena del becchino in una fossa), passando dall’altissimo al bassissimo: credo sia effettivamente la cifra del grande teatro. Il grande teatro riesce a rappresentare la vita, la realtà, che è fatta costantemente di queste ambivalenze.

Connessomagazine.it: - Che valore può avere una pièce come quella di Williams oggigiorno? È attuale?

Andrea Liberovici: - Secondo me è attualissima. Le cose non attuali sono quelle iconografiche, da cartolina d’epoca (che spesso vengono rappresentate nel teatro classico), mentre Williams stesso ci dice che vuole un teatro simbolico, evocativo, non un teatro che metta in scena un frigorifero con dentro i cubetti di ghiaccio; questa è fotografia, io voglio un teatro di pittura (simbolista, non realista, in quel senso). Questi conflitti sono tipici di una società economicamente organizzata in quel modo, ma non sembrano assolutamente distanti dal mondo d’oggi: cambia l’oggetto (all’epoca magari il matrimonio per sistemarsi, oggi la voglia di diventare velina per fuggire la propria realtà), ma i desideri profondi del tempo sono gli stessi che si vivono nella contemporaneità!

Connessomagazine.it: - Il 22 marzo debutterai al Teatro Municipale di Piacenza con un’opera lirica che si intitola Titania; me ne puoi parlare?

Andrea Liberovici: - È la prima opera che faccio. È una bella occasione che mi è stata data dalla Fondazione Toscanini e da Giorgio Albertazzi con il quale sono amico da molti anni e condivido le passioni musicali. Lui è un anarchico di destra e io sono un anarchico di sinistra, siamo molto lontani, ma nello stesso tempo siamo vicini: io amo la sua recitazione, il suo uso della parola, secondo me lui è un jazzista della parola, uno che fa del bebop, che ha una grande originalità. Lui ha scritto questo libretto su una zingara e rappresenta lo scontro/incontro tra ragione e sentimento. Una fiaba che ruota attorno ad una presunta maternità e allo scontro con le autorità, le leggi che vanno spesso contro i sentimenti, la natura, la vita. Non c’è una chiave moralistica, non si vuole indicare cos’è giusto e cos’è sbagliato, è solo l’affresco di un conflitto abbastanza connaturato con l’essere umano. Musicalmente io mi pongo con grande curiosità e divertimento, lavorando sul linguaggio operistico che ho sempre amato, senza mai frequentarlo come autore. Per questo impegno scrivo per cantanti, orchestra e coro e ho abbandonato all’ottanta per cento tutte le mie cose elettroniche, ma è veramente una bella sfida!