Interlocutori dell’imperfetto, 10 artisti per cento opere in mostra a Buttrio

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Buttrio (UD) - Dieci artisti operanti in Friuli Venezia Giulia protagonisti di questa ulteriore tappa del percorso Ma dici a me?, dedicato all’arte giovane. Gli Interlocutori dell’imperfetto sono Matteo Attruia, Carlo Bach, Ilaria Bortolussi, Claudia Cavallaio, Beppino De Cesco, Stefano Graziani, Serse, Alessandro Ruzzier, Michele Spanghero e Cristina Treppo che esporranno le loro opere (100 in tutto) alla mostra che sarà inaugurata si svolgerà sabato 19 marzo negli spazi di Villa Di Toppo a Buttrio alle 19.

Agli artisti è stato chiesto di decostruire quel particolare stato d'animo di tensione, preso tra rabbia e paura, di chi si sente minacciato e si prepara ad una reazione scomposta e violenta (esemplificato dalla battuta rubata a Robert De Niro in Taxi Driver Ma dici a me? che dà il titolo al progetto) per entrare in relazione sia con il pubblico allargato, sia in particolare con studenti ed artisti esordienti, segnalati dal lavoro di censimento realizzato nei primi passi del progetto. “Una reazione – spiega il curatore della mostra Paolo Toffolutti - che vuole essere di risposta ad un continuo stato di tensione prodotto da una realtà mediata che appare incomprensibile ed imprevedibile, una "mediarealità" schizofrenica, priva di corpo, che non lascia vie di scampo, sulla quale la psiche non è in grado di proiettare un modello interpretativo ove il soggetto possa sentirsi incluso”.

All’insegna del concetto di “arte per tutti”, il progetto ha previsto la stampa di 150 opere grafiche originali dei dieci artisti presenti in mostra (una per artista), acquistabili a 10 euro l’una. Anche il catalogo della mostra sarà in vendita al prezzo speciale di 10 euro. Saranno disponibili in mostra a Buttrio. La giornata del 19 comincerà alle 18 con l’incontro con gli artisti. Dopo l’inaugurazione con le autorità (hanno confermato la loro presenza i sindaci di Udine e di Buttrio), prevista alle 19, a partire dalle 20, ci sarà il buffet offerto da Lis Neris e dai f.lli Molinaro e party caratterizzato da immagini allestite in vj set a cura di Roberto Leonarduzzi, tratte da film dell’avanguardia sovietica messi a disposizione dall’archivio di Cinemazero di Pordenone, che si relazioneranno a un dj set proposto dal circolo Nofun di Udine con dj Kireevskij.

La mostra, a ingresso gratuito, sarà visitabile fino al 1° maggio, il sabato dalle 16 alle 19 e la domenica dalle 11 alle 13 e dalle 16 alle 19 (visite guidate gratuite ogni domenica dalle 11.30 alle 12.30). Le opere, circa un centinaio, sono state allestite dagli autori stessi - che non avevano avuto in precedenza l’opportunità di lavorare assieme cercando una condizione di equilibrio tra le loro opere - e dialogano tra di loro in un rapporto “di montaggio d’attrazioni”. Le forme, i concetti, i materiali si relazionano e si scambiano in un rapporto di dialogo tra autore ed autore.

I 10 artisti in mostra
Appartengono a tre generazioni: quella che si approssima ai trenta, quella che si colloca nella fascia intermedia dei quaranta/cinquanta e quella di coloro che sono più vicini ai sessanta. Le loro attitudini sono molto diverse, ma li accomuna l’idea della presenza dell’irrisolto, dell’incompiuto, dell’imperfetto, l’idea di dover ancora cercare qualcosa che deve essere trovato: una ricerca che ciascuno proporrà a proprio modo nelle opere in mostra e nelle conferenze. Sono poi tutti artisti che rinunciano a produrre un’esperienza di artigianato artistico per procedere ad esplorare “sentieri interrotti” e non visitati. Possono essere definiti una nuova avanguardia che opera sul territorio e si oppone ad una gerazione di validi artigiani non artisti.

Matteo Attruia (nato a Sacile nel 1973, vive tra Sacile e Trieste) produce prevalentemente installazioni di forte impatto concettuale e molti degli interventi sono di carattere abusivo in spazi pubblici non consueti, dove colpiscono l'attenzione di spettatori ignari di essere coinvolti in un’operazione artistica. La stessa operazione di decontestualizzazione viene operata al contrario, con lavori che solitamente hanno una loro funzione all’esterno di un museo. L’osservatore spesso viene a contatto con opere che sottolineano la possibilità di fallimento, se non il fallimento stesso che ritorna.
Carlo Bach (nato a Colonia nel 1967, vive a Udine), che rientra dopo una decina d’anni di assenza con vecchie proposte ma anche con nuove idee. In mostra opere caratterizzate dall’uso di vecchi arredi percorsi dalla sabbia, ad indicare il tempo che scorre e un nuovo ciclo di immagini fotografiche che visualizzano superfici consunte, pareti scrostate stampate su supporti diafani.
Ilaria Bortolussi, (nata a Trieste nel 1981, vive tra Palmanova e Firenze) quasi sconosciuta al contesto locale anche se cresciuta a Palmanova, opera, al contrario, rielaborando forme tradizionali della modernità con la plastica la resina l’alluminio o la terracotta. Sviluppa a tutto tondo la forma organica e la ridefinisce in termini di strutture in crescita che trovano un loro codice, un loro modo di essere nello spazio di tipo aggregativo, spontaneo, non organizzabile in termini razionali.
Claudia Cavallaro (nata a Pordenone nel 1982, vive a Cordenons) da vita a rappresentazione di sistemi, siano essi sociali, biologici o liberamente ispirate alla chimica molecolare con un gusto per la catalogazione delle forme.
Ancora in mostra Beppino De Cesco (nato a Udine nel 1947, vive a Udine) che rielabora un linguaggio assimilabile a quello delle avanguardie storiche, il Surrealismo in particolare e la sua ridefinizione con l’objet trouvé, con le pulsioni soggettive della libido che entrano in relazione con il comportamento sociale. Spesso al centro del suo lavoro ci sono condizioni di tipo psicanalitico che legano queste pulsioni alla lettura dell’immagine stessa. Un percorso lacaniano fatto di oggetti, di meccanismi e giochi di parola che pongono in evidenza l’instabilità della condizione fisica e psichica dell’essere umano.
I paesaggi lunari, i soggetti inattesi di Stefano Graziani (nato a Bologna nel 1971, vive a Trieste) hanno invece forti riferimenti colti con ambiziose allusioni a tutta la cultura occidentale che si erge di fronte alla condizione umana, alla sua fragilità e alla sua felicità, e realizza tutto ciò attraverso un’operazione di distacco concettuale della fotografia dal reportage, dove la tecnologia diventa un aiuto nel costruire la rappresentazione del mondo e la presentazione delle immagini al mondo, con il ricorso a tassonomie, archivi, inventari.
Alessandro Ruzzier (nato a Trieste nel 1967, vive a Lucinicco) procede per narrazioni, lavora sulla storia, o meglio, sull’apparato scenico che permette di includere e mostrare gli esiti della raccolta di eventi, nello sforzo di dare una storia al senso insito nelle cose, piuttosto che dare senso a una storia.
Serse (nato nel 1952 a San Polo di Piave, vive a Trieste) opera sulla definizione e ridefinizione dell’immagine, sulla decostruzione dell’immagine figurale iconica. Dove la fotografia nasce come tecnica per facilitare il disegno, la copia della natura, della realtà, Serse sembra fare un cammino a rovescio, tornando dalla foto al disegno. In questo caso sono disegni di architettura, una architettura particolare, quella della tomba monumento a Giuseppe Brioni realizzata da Carlo Scarpa, che viene riletta da un ulteriore passaggio, architettura-fotografia-disegno che ci restituisce tutta una serie di tracciati legati all’idea di monumento, di celebrazione, di spazio di transizione.
Michele Spanghero (nato a Gorizia nel 1979, vive a Monfalcone) lavora su spazi esterni all’opera, o spazi liminali, come lo spazio del contenitore-galleria, della cornice che diventa opera essa stessa, fingendosi composizione astratta dell’Analisi Pittorica degli anni ‘70. Il white cube parete-pavimento viene riletto attraverso una serie di immagini che decostruiscono questa condizione quasi nascosta ma compresente all’interno dello spazio stesso, che regalano un immagnario visivo allo spazio nascosto dal dispositivo di inquadramento dell’opera. Spanghero lavora anche col suono, con cui compie operazioni estremamente mentali, fredde, che riflettono sul fare l’opera, sull’osservare l’opera, sul momento della ricezione dell’opera. Questa è una costante per molti degli artisti che stanno in mostra: il mettersi nei panni del visitatore, il decostruire la sua esperienza da fruitore.
Cristina Treppo (nata a Udine nel 1968, vive ad Adegliacco)non definisce le opere in quanto appartenenza ad uno spazio preciso, chiuso, le estende al di fuori, utilizzando spesso l’oggetto trovato e allestito come ricreazione di una fragile e transitoria condizione emozionale, una condizione di transitorietà.