A Padova Photo-graphia 2013 inaugura la collettiva Circuito aperto

Deep Focus
Opere di Anna Halm Schudel, Peter Schudel, Sascha Weidner e del padovano Antonio Lovison nella collettiva al Centro Culturale Altinate San Gaetano

PADOVA - Opere di Anna Halm Schudel, Peter Schudel, Sascha Weidner e del padovano Antonio Lovison nella collettiva Circuito aperto, che inaugura sabato 20 aprile, al Centro Culturale Altinate San Gaetano per Padova Photo-Graphia 2013 - Breaking the Media.

La mostra Circuito aperto, curata da Maria Beatrice Autizi, costituisce uno stimolante confronto fra i differenti linguaggi di tre fotografi europei e un italiano e pone l’attenzione sulle valenze, sulle possibilità espressive, sulle relazioni tra immagini e rielaborazione. La fotografia digitale permette una libertà quasi illimitata, ma sollecita anche un dibattito sul suo valore, sulla veridicità dell’immagine, sull’impatto emotivo a volte accelerato e fine a se stesso e sul concetto stesso di creatività.

Comunicare attraverso le immagini sta diventando comune come l’uso della parola. Grazie alle email, agli sms, ad applicazioni come WhatsApp, si inviano gli scatti in tempo reale e ci si rapporta, come non mai, anche attraverso le fotografie. L’innovazione tecnica comporta da un lato la nascita di un nuovo modo di dialogare ma anche una illimitata libertà. Una sorta di rivoluzione in cui quasi tutto è permesso, dai collages alle composizioni più fantastiche, dall’intervento sui colori e sulle linee alla contaminazione con la pittura e la grafica. Circuito aperto è un’occasione per soffermarsi su alcune tendenze della fotografia digitale, ma
soprattutto sulle tecniche e la personalità artistica di artisti che hanno portato avanti una ricerca avente come tema comune la comunicazione, il sentire dell’uomo e l’ambiente che lo circonda.

Formatasi al College of Art and Design di Vevey, in Svizzera, e a Birmingham in Inghilterra, impegnata da anni nella ricerca, molto attenta all’evoluzione dei nuovi linguaggi della fotografia, Anna Halm Schudel vive e lavora a Zurigo dividendo lo studio con il marito Peter Schudel, pubblicando libri e partecipando regolarmente a numerose mostre nazionali e internazionali in prestigiose gallerie e musei, tra cui Monaco, Parigi, Arles, Basilea e Houston in Texas.
Questo mondo è la tela per la mia immaginazione e cerco di convincere questo mondo che è più bello di quello che sembra, afferma l’artista. E in questa direzione vanno le fotografie che immortalano la bellezza dei fiori, vivi e dotati di un’anima come nelle nature morte fiamminghe, barocche nella loro opulenza, emozionanti e sensuali. E di rimando la fotografa segue la metamorfosi dei tulipani nel decadimento, quando i petali si seccano e si accartocciano, nel percorso di acquisizione di una nuova identità, mentre gli stami
traducono un’idea di fecondità svanita. Gradualmente i fiori diventano quasi trasparenti e ogni venatura emerge come una linea precisa. Accanto alla valenza estetica si intuisce il valore simbolo.

Esistenza umana e floreale si intrecciano. I vari momenti del passaggio dalla vita alla morte vengono registrati con sensibilità, sicurezza e precisione tecnica, senza tralasciare l’aspetto concettuale dell’operazione artistica, che continua anche quando i fiori devono essere eliminati e per l’artista si traducono in rifiuti estetici e ulteriore fonte di ispirazione. Grazie al complesso processo di scatti multipli, ogni fiore rifiorisce per l’ultima volta. Nell’opera artistica ritornano anche talune valenze autobiografiche della fotografa che, da bambina e nell’adolescenza, spesso si sentiva ignorata al punto da sentirsi trasparente. Sensazione superata grazie al lavoro artistico. Il concetto di metamorfosi ritorna nei ritratti a mosaico, una serie di grandi volti costituiti da migliaia di piccoli ritratti, dai 12000 ai 20000, di un solo centimetro di larghezza.
Sfilano, in una sorta di galleria, personaggi famosi come Scarlet Johannsson, Keira Knightly, Barack Obama, Marilyn Monroe o quadri celebri, come la Ragazza con il turbante di Vermeer. Volti usati e abusati dai media, apparsi e riapparsi. Volti noti che non sollecitano particolari emozioni, anche se è sufficiente avvicinarsi all’immagine per rendersi conto che si entra in un percorso di ricerca senza fine giacché non è possibile osservare singolarmente tutte le immagini. Un mosaico di volti, di esistenze, di tracce biografiche tratte dal Web e dalla vita reale, tradotte in simbolo della comunicazione attuale.

Il confronto realtà-apparenza ritorna nel lavoro di Peter Schudel che, dopo essersi formato alla Kunstgewerbeschule di Zurigo, Dipartimento di Fotografia, è stato assistente del noto fotografo svizzero René Groebli e ha partecipato a numerose mostre nazionali e internazionali. Creativo per natura, nel suo studio costruiva originali modelli di sceneggiature. Successivamente, grazie all’avvento della fotografia digitale e all’uso del computer, inizia a creare immagini e situazioni elaborate dalla sua fantasia. Oggi Peter Schudel nel corso dei suoi viaggi scatta fotografie che, da descrittive della realtà, diventano narrative grazie
al computer, uno strumento di cui si serve per montare in digitale panorami fotografici di trenta singoli scatti.
A Parigi, a New York, a Zurigo e in altre città, Peter Schudel ritrae con grande sensibilità e immediatezza i mercati, le vie, le fermate degli autobus e dei metrò, le stazioni e i più vari luoghi urbani, ma anche personaggi giovani e anziani, cani e gatti. Poi i singoli elementi vengono selezionati e inseriti in un contesto urbano ricco di effetti atmosferici e sviluppato orizzontalmente. Il lavoro, una volta completato, appare a prima vista estremamente reale, ma se si osserva attentamente si possono notare alcuni particolari a volte surreali. Un libro con il volto della Gioconda in mano a una ragazza che assomiglia alla Primavera del
Botticelli, animali che diventano protagonisti tra la folla, quadri che si tramutano in parte dello scenario urbano, personaggi che appaiono due volte nella stessa scena e altro ancora. La fotografia diventa così uno strumento interpretativo della realtà che, in virtù della tecnologia digitale, sollecita riflessioni e emozioni, favorisce una lettura dell’immagine più orientata alla sfera sociale e psicologica collettiva che individuale.

Sascha Weidner è una delle personalità emergenti più interessanti del panorama europeo. Dopo aver frequentato la Scuola di Belle Arti di Brunswick, dove ha studiato pittura, cinema, fotografia e installazione, e successivamente design della comunicazione, il fotografo tedesco, grazie a due borse di studio, nel 2004 e nel 2006 ha continuato la propria formazione a Los Angeles. Tornato in Germania ha ottenuto premi e riconoscimenti prestigiosi e negli ultimi quattro anni ha partecipato a mostre collettive e personali in musei e
importanti gallerie, a Innsbruck in Austria, a Düsseldorf, a Berlino e al Museo della fotografia di Braunschweig in Germania, al Centro Australiano per la Fotografia di Sydney. Nel 2010 ha ricevuto il Kunstpreis Berlin, Film und Förderpreis Medienkust, Akademie der Künste e nel 2011 gli è stato assegnato il Premio di 10.000 euro DZ Bank a Nussdorf, vicino a Stoccarda.
Le fotografie di Sascha Weidner traducono gli attimi in immagini. Nell’attimo appare una persona, uno scorcio di ambiente, un paesaggio, una sensazione, un’aspettativa che diventa fotografia. Le inquadrature, a volte apparentemente banali, vengono collegate in una storia, tramutate in racconto e poi, attraverso le installazioni o gli allestimenti, in una sorta di film fatto di immagini. Se le fotografie hanno la caratteristica della immediatezza per quanto riguarda lo scatto, la presentazione rivela immediatamente il lungo lavoro, ideativo e concettuale, che ne sta alla base. Di vari formati, grandi e piccole, le fotografie vengono presentate in modo asimmetrico e non lineare.

Elementi apparentemente contraddittori creano una sorta di rottura con quella che è l’aspettativa di dare un senso logico alla narrazione, ma svelano anche ciò che sta alla base del lavoro interpretativo di Weidner. La realtà non è mai consequenziale, nessuna realtà è assoluta e anche ciò che è acquisito può essere visto con altri occhi. La fotografia che ritrae un incidente stradale può stare accanto a un paesaggio ricco di serenità, un particolare ravvicinato può collegarsi a un cielo infinito, grazie alla manipolazione interpretativa, una
immagine di bellezza può convivere con una che desta orrore.
A differenza di altri fotografi per cui il lavoro termina con la realizzazione dell’immagine o con la sua rielaborazione digitale, Sasha Weidner completa il suo percorso concettuale attraverso l’installazione o l’allestimento, che diventa parte fondamentale del processo artistico.

Antonio Lovison, padovano, si è formato all’Accademia di Belle Arti di Venezia e ha iniziato la sua attività artistica in ambito pittorico, per poi passare alla scultura, dove la sua ricerca si è orientata verso una concezione essenziale della forma e del colore che, spesso, trasformava i materiali e creava situazioni diverse rispetto a quelli reale, in un percorso dichiaratamente trompe-l’oeil. 
Contemporaneamente partecipa a mostre collettive e numerose sono le mostre personali che gli vengono dedicate in Italia e all’estero, a Vienna, a
New York, a Shanghai. Dai limiti percettivi della forma pittorica e plastica il terreno d’indagine si amplia e, fin dagli anni Ottanta, l’artista porta avanti anche una approfondita ricerca in ambito fotografico. Lo scatto di Antonio Lovison coglie un particolare della realtà, sia esso un interno o un paesaggio urbano o naturale, in modo tale da spingere l’osservatore a ri-conoscere qualcos’altro che non sia la realtà, a creare cioè un inganno ottico come in un trompe-l’oeil. 
Le fotografie dell’artista non sono rielaborate risultati estetici e formali raggiunti sono ottenuti grazie alla rapida ed efficace capacità di percepire la forma visibile e rielaborarne immediatamente i codici per ri-definirne il significato. Ecco perché il titolo di un suo
libro fotografico, dove si evidenzia l’aspetto percettivo dello sguardo fotografico che riconosce, è Re-cognize glancesSguardi ri-conoscenti. Un edificio diventa un quadro, le luci di un distributore all’alba sono design, uno steccato nella neve simula i tasti di un pianoforte. Il taglio, l’inquadratura, la prospettiva, spingono verso una trascrizione della forma e una interpretazione capace di alterare la stessa fisicità del soggetto riproponendone una lettura semantica più approfondita, una interpretazione iconica e talora simbolica più intrigante. Sembra tornare il concetto di Philippe Dubois per cui la fotografia attesta ontologicamente
l’esistenza di ciò che fa vedere, ma si mantiene essenzialmente enigmatica.

Padova Photo-Graphia 2013 - Breaking the Media - II edizione

Dal 20 aprile al 23 giugno 2013

Centro Culturale Altinate San Gaetano, via Altinate 71 - PADOVA

Circuito Aperto

Artisti: Anna Halm Schudel, Peter Schudel, Sascha Weidner, Antonio Lovison

A cura di Maria Beatrice Autizi

Vernissage: sabato 20 aprile, alle ore 17.00

Orario: 10 – 19, lunedì chiuso

Ingresso libero

Info: Servizio Mostre – Settore Attività Culturali
tel. 049 8204526
padovacultura.padovanet.it

Circuito integrato

Artisti: Anna Halm Schudel, Peter Schudel, Sascha Weidner, Antonio Lovison

Info: Settore Attività Culturali - Servizio Mostre
tel. 049 8204526-4547
spaziomostre2@comune.padova.it
padovacultura.padovanet.it