A Cinemazero, Carlo Saletti introduce Shoah, il capolavoro di Claude Lanzmann

ConSequenze

[img_assist|nid=12575|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]PORDENONE - Sarà Carlo Saletti, ricercatore e regista teatrale, figura di spicco dell’Istituto veronese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, della Fondazione Villa Emma di Nonantola, del Memorial Maison d’Izieu (Francia) e collaboratore del Centre de Documentation Juive Contemporaine di Parigi ad incontrare il pubblico di Cinemazero giovedì 6 marzo alle 21.00 per introdurre il capolavoro di Claude Lanzmann Shoah.

Durante la serata verranno proiettate alcune sequenze del film, un’opera di 9 ore e mezza, fatta quasi esclusivamente di testimonianze, principalmente sopravvissuti alla Shoah, che Lanzmann aveva raccolto dopo anni di ricerca in 14 paesi.
Uscito nella sale nel 1985, "Shoah" è un documentario di nove ore che raccoglie le parole di superstiti e testimoni: quelli che in genere rifiutano di parlare, le vittime sopravvissute, coloro che si sono resi complici dell'orrore. Sono le facce degli intervistati a esprimere l'indicibile, accostate alle immagini dei luoghi in cui è avvenuto il genocidio ebraico: non come erano allora, ma come sono adesso. L'orrore è in quello che viene detto, non nelle immagini. Conta ciò che è avvenuto: come, prima ancora che perché. Grazie a questo mosaico Lanzmann riesce a ricostruire un'immane tragedia. La prefazione è di Simone de Beauvoir il film è presentato da un testo di Moni Ovadia Mostrare l'indicibile.
E' stato detto che Shoah è una "fiction della realtà": ha il ritmo e le immagini di una fiction, in cui sono protagonisti testimoni autentici, diventati naturalmente veri attori, e al tempo stesso è un documentario di straordinaria esattezza, un documento storico rispettoso della realtà nei minimi particolari. Simone de Beauvoir ha parlato di un'inimmaginabile mescolanza di orrore e bellezza.
Con l'andare degli anni, ne sono passati ventidue dall'uscita del film, il robusto uomo con i capelli corvini che interrogava assassini e vittime, tenace, senza mai perdere la pazienza o smarrirsi nella pietà o esplodere nello sdegno, senza quasi mai rivelare commozione nell'ascoltare i racconti dei superstiti di Treblinka, o il disgusto nell'ascoltare quelli di un aguzzino delle SS o di un responsabile nazista nella Varsavia in cui gli ebrei del ghetto morivano di fame, quel formidabile cronista che per dodici anni si è dedicato al suo film (trecentocinquanta ore di ripresa, il cui montaggio ha richiesto cinque anni e mezzo) è diventato un ottantenne. Un'opera che non invecchia, come può invece ingiallire, annebbiarsi il semplice ricordo. Cedere alla tentazione del perché? avrebbe significato perdersi nelle scuole di pensiero, nelle interpretazioni, nelle polemiche. Mettersi dei paraocchi e[img_assist|nid=12576|title=|desc=|link=none|align=right|width=640|height=462] puntare sulla viva voce delle testimonianze cosi come venivano raccolte è stata per Claude Lanzmann "la condizione vitale della creazione". Lanzmann ha ricreato la vita dei campi partendo dal "nulla", come lui stesso dice, poiché non restano che le ceneri. Ma non ha ricostruito quella vita con degli spezzoni di pellicola in bianco e nero che mostrano i cadaveri accatastati di Bergen-Belsen o le folle urlanti ai piedi di Hitler. Lanzmann ha ricreato la vita nei campi della morte con nove ore e mezzo di interviste che è impossibile dimenticare. Fa cantare più volte a un Ss di Treblinka la marcia che cantava con i suoi camerati mentre i cadaveri degli ebrei appena estratti dalle camere a gas bruciavano nei crematori. Fa raccontare a un parrucchiere ebreo sfuggito allo sterminio come doveva tagliare i capelli ai corpi delle donne appena uccise o ancora agonizzanti, e poi raccoglierli in sacchetti spediti chissà dove dai nazisti. In Shoah interviene anche uno storico, Raul Hilberg (autore di La distruzione degli ebrei europei). Claude Lanzmann compie uno strappo alla regola. Il solo. E il professor Hilberg parla di una progressione logica che ha portato al genocidio. I missionari cristiani dicevano in sostanza agli ebrei: Voi non avete il diritto di vivere tra di noi come ebrei. Dalla fine del Medio Evo i poteri laici decisero: Voi non avete il diritto di vivere tra di noi. Infine i nazisti hanno decretato: Voi non avete il diritto di vivere.
Sempre secondo Raul Hilberg non ci fu mai un ordine preciso di sterminare gli ebrei. Neppure Hitler lo impartì con uno scritto. La Soluzione Finale fu piuttosto una successione di piccole tappe, superate secondo una logica, al termine della quale i burocrati sono diventati inventori. Questo processo di distruzione burocratica è stato ricostruito nei minimi particolari dal professor Hilberg.