Connessomagazine.it incontra Moni Ovadia, direttore artistico di Mittelfest

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[img_assist|nid=13997|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]Il nostro mondo non progetta più il futuro, vive in una dilatazione ipertrofica del presente osserva il direttore artistico di Mittelfest, Moni Ovadia.

Dopo quelli del lavoro e dei diritti umani, tema dell'edizione 2008 di Mittelfest è, infatti, il futuro. Un tema di stringente attualità, naturale conseguenza dei due che l’hanno preceduto. E’ proprio dalle riflessioni scaturite attorno alle problematiche del lavoro, al quale è seguito l’approfondimento sulle modalità, spesso altrettanto problematiche, di realizzazione dei diritti umani, che il tema del futuro ha preso corpo.

Connessomagazine.it: - Il tema di questa edizione di Mittelfest è il futuro: un argomento che presenta molte sfaccettature.

Moni Ovadia: - Come sa non propongo mai un festival monotematico: abbiamo scelto questo tema come pivot del festival e anche per collocarlo all’interno delle pulsazioni della società in cui viviamo. Quello della costruzione del tempo è il tema orientante e da questo punto di vista noi abbiamo un grande problema: viviamo in un’epoca in cui si è verificato un fenomeno che è specificamente l’espropriazione del tempo, nel senso che tutti noi tendiamo a vivere in un’ipertrofia solipsistica di un eterno presente. Non c’è il tempo lungo, non c’è il tempo dell’uomo, ma c’è solo il tempo mercantile del consumo e della produzione. Tutto è ormai subordinato a questo. Invece è chiaro che il teatro che è per sua stessa definizione parla dell’essere umano, dei suoi travagli, della sua ricerca di sé stesso, dei suoi abissi e delle sue utopie - si contrappone a questa logica devastante, che rubando il tempo ruba anche in prospettive e capacità di progettare. Non è un caso che lo slogan più fortunato dei nostri tempi, uno slogan che ben fotografa la realtà in cui viviamo, sia il famoso Life is now. La vita è solo adesso: non si raccoglie l’eredità del passato per trasmettere il futuro.

La nostra è la prima generazione che inquina l’habitat in cui vive[img_assist|nid=13998|title=|desc=|link=none|align=right|width=640|height=435] e quindi prepara un futuro avvelenato alle generazioni che verranno; siamo una delle prime generazioni che non piantano alberi di cui non vedranno i frutti, come si faceva una volta.

Lo si faceva per il futuro: oggi invece si avvelenano tutti gli alberi esistenti e si lascia questa tossicosi al futuro. Credo allora che l’argomento di Mittelfest abbia un grande significato di riflessione su un tema strategico,cruciale.

Connessomagazine.it: - La dimensione strettamente attuale del presente ci consegna il disagio, l’emarginazione, la sofferenza, la povertà, il precariato nel lavoro. Come si rapporta con queste tematiche sociali?

Moni Ovadia: - Lo scopo del teatro è di essere coscienza critica della società. E’ lo scopo precipuo della creazione artistica e del teatro in particolare, che, collocandosi tra arte e vita, è insieme un’esperienza di vita - perché nel tempo in cui essa si svolge, la rappresentazione è un accadimento del tempo - ed allo stesso tempo propone, attraverso una trasfigurazione estetica, una riflessione sull’umano.

Sull’umano troppo umano e quindi sulla relazione tra l’uomo con l’altro uomo, con il mondo che lo circonda e con le sue sofferenze. Da questo punto di vista il disagio è un tema naturalmente sondato e indagato dal teatro.

Connessomagazine.it: - Il teatro e la letteratura sono sempre un passo avanti nella denuncia dei mali della società: gli artisti precedono la politica nel fotografare e quasi anticipate i cambiamenti della società civile. A suo parere l’arte può indirizzare chi governa? Ritiene che possa può contribuire al verificarsi dei cambiamenti, magari influenzando i giovani, la classe dirigente del domani?

Moni Ovadia: - Noi osserviamo un fenomeno tipicamente sciagurato della nostra epoca: gli adulti che si sono fatti cogliere con le mani nel barattolo della marmellata – veda Tangentopoli - i quali si permettono ancora oggi di dire dei giovani che non hanno più rispetto, che non sono capaci.

Se i giovani dovessero essere cattivi, questo significa che gli adulti sono peggio dei giovani, perché sono loro che hanno costruito questi giovani. Che razza di educazione gli hanno dato? Ma questo in realtà non è vero. Ci sono giovani meravigliosi che attendono solo di ricevere stimoli per trasformarli e progettare il futuro. Da questo punto di vista il teatro è uno strumento preziosissimo, ma purtroppo pochi politici vanno regolarmente a teatro. Ormai i politici vivono in una sorta di circo mediatico autoreferenziale, manca loro la capacità di calarsi nelle problematiche sociali attraverso strumenti migliori e anche quando si calano nelle problematiche sociali, lo fanno attraverso l’orrendo strumento della demagogia. Tipo appunto quello di seminare il panico sulla sicurezza o di individuare il nemico nell’altro. E questo è veramente un fenomeno sciagurato. Il teatro può indagare attraverso strumenti rassicurati e metaforici queste problematiche e restituirle attraverso la trasfigurazione estetica in modo non banale. Quando in tivù si parla di lavoro precario, si fanno numeri, si danno statistiche ma non si pensa che dietro quei numeri ci sono migliaia e migliaia di esseri umani con il loro dramma personale, con l’alterazione dei rapporti affettivi - perché l’uomo che non lavora come sarebbe giusto, che non esce dalla famiglia, finisce per introiettare le tensioni e produrre forme di disagio in sé e negli altri.

Sono molto felice di offrire il mio contributo con un festival per indagare queste problematiche da una prospettiva umana, perché a me interessano gli esseri umani, i loro diritti umani, il loro statuto, le loro difficoltà e come le superano. Mi interessa come si pongono di fronte ad esse. E il teatro è coscienza critica. Il problema è che i politici al teatro preferiscono Porta a porta.

 

Moni Ovadia nasce a Plovdiv in Bulgaria nel 1946 da una famiglia ebraica. Alla fine del 1947 si trasferisce a Milano con la famiglia. Dopo la laurea in Scienze politiche comincia la sua attività artistica come cantante e musicista. L’attività teatrale di Ovadia inizia nel 1984, quando avvia unaserie di collaborazioni con numerose personalità del teatro, tra cui Pier’Alli, Tadeusz Kantor, Franco Parenti. Con quest’ultimo e con Mara Cantoni, crea Dalla sabbia dal tempo. È in questa occasione che Ovadia fonde per la prima volta le sue esperienze di attore e musicista, dando il via a quell’idea di un “teatro musicale” attorno alla quale ancora oggi opera la sua ricerca espressiva. Nel ‘90 fonda la TheaterOrchestra e inizia a lavorare stabilmente con il CRT Artificio di Milano, con cui produce lo spettacolo Golem. Ma è con Oylem Goylem, una creazione di teatro musicale in forma di cabaret, che Ovadia si impone all’attenzione del grande pubblico. L’attività di Ovadia non si è limitata però al solo teatro: per il cinema ha prestato il suo volto a Caro Diario di Nanni Moretti e, con il ruolo di coprotagonista, a Facciamo Paradiso di Mario Monicelli. Nel luglio del 1995 gli viene conferito dal sindaco di Firenze il Sigillo per la Pace, mentre nel 1996 ottiene il Premio Speciale UBU per la sperimentazione su teatro e musica. Moni Ovadia è anche autore di diversi libri. Molti i CD tratti dai suoi spettacoli.

 

foto Maurizio BuscaRino. Ogni riproduzione vietata