Daewoo, dalla Francia con furore

Sipario

[img_assist|nid=4365|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=103]UDINE - Dal progetto Face à Face, ideato in collaborazione tra ExtraCandoni e l'Ambasciata di Francia in Italia per far conoscere gli autori e i testi della nuova drammaturgia francese nel nostro paese, nasce il grand tour italiano con sei serate a Roma, una a Udine e molte altre lungo tutto lo stivale.

Per la serata udinese inserita nel cartellone annuale del teatro Contatto, Charles Tordjmann e Agnès Sourdillon hanno portato Daewoo, lettura scenica scritta da François Bon e curata (nella versione italiana) dal regista Alessandro Marinuzzi con l'interpretazione di Sandra Cosatto, Maria Grazia Plos, Marcela Serli e Luisa Vermiglio. Nella versione in lingua italiana era prevista una breve incursione di Agnès Sourdillon in lingua originale successivamente tradotta e riletta al pubblico nella nostra lingua.

La serata teatrale aveva più l'aspetto di incontro culturale sulla giovane drammaturgia francese che di tradizionale spettacolo a teatro. Complice anche la lunga introduzione alla pièce fatta dal regista francese (Charles Tordjmann), il discorso dell'addetto culturale dell'Ambasciata di Francia a Roma, Olivier Descottes, il breve intervento di Gioia Costa direttrice artistica di Face à Face e, infine, le risposte alle domande che Alessandro Marinuzzi poneva sia all'attrice Sourdillon che allo stesso regista Tordjmann. La forma stessa della recitazione, pensata come lettura scenica, contribuiva a [img_assist|nid=4365|title=|desc=|link=none|align=right|width=230|height=182]dare l'impressione di uno spettacolo non tradizionale.

Del resto, l'argomento di Daewoo aveva in sé ben poco di teatro tradizionale inteso come rilettura di classici o mise en scène di testi letterari. Si trattava piuttosto di una denuncia contro l'ingiusto licenziamento di ben 1200 donne operaie assunte dalla holding coreana da cui deriva il nome stesso della pièce. In lingua coreana il termine Daewoo significa Vasto universo, vasto come il complesso industriale nato in Lorena nelle cittadine di Villiers-la-Montagne, Mont Saint-Martin e Fameck con il suo entourage tipico di case sorte per accogliere gli operai (in questo caso quasi tutte donne) e le loro famiglie. Le fabbriche costruivano forni a microonde e televisori beneficiando degli aiuti pubblici generosamente erogati nel quadro di una riconversione globale della vecchia industria siderurgica lorena. Finiti i finanziamenti la holding asiatica decide di terminare l'esperimento francese semplicemente trasportando le fabbriche in Cina e Polonia dove presumibilmente la mano d'opera ha un prezzo dieci volte inferiore.

Questo l'antefatto, molto semplice e ben poco inconsueto nella crisi industriale che ha colpito tutta l'Europa e che ancora oggi continua a determinare il trasferimento delle attività produttive nel profondo est asiatico. Meno facile a rievocare è invece le désarroi delle operaie private del loro lavoro, licenziate dall'oggi al domani e gettate sul lastrico. Le bravi interpreti di Daewoo parlano di questo, della disperazione di chi ha rinunciato a lottare e sceglie il suicidio e di chi invece si fa coraggio e ricomincia provando a cercare altro. Senza però molte speranze di successo. Il mercato lavorativo francese è sempre più a caccia di alti profili, di specializzazioni settoriali che mancano a delle semplici operaie generiche. Restano le solite pulizie cominciate lavando le vetrine del panificio, così tanto per non restare a casa e per guadagnare qualcosa (e c'è anche un croissant gratuito...).

Si intuisce quanto possa diventare squallido ed umiliante il lavoro fatto in questo modo, senza alcuna sicurezza né gratifica professionale. Altro che la gita aziendale col pullmann in Inghilterra che tanto avevano sognato le operaie della Daewoo! Non rimane che la rabbia di chi deve ricominciare tutto da capo molto ben espressa nel testo che François Bon asserisce di aver scritto dans la cholère e approvato da parte di quelle stesse operaie delle quali, forse, nessuno ha più diritto di parlare se non loro stesse.