Dino Buzzati e i suoi 7 Piani di malinconia

Sipario
[img_assist|nid=12440|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]UDINEAl Teatro Nuovo Giovanni da Udine è andato in scena lo spettacolo 7 Piani, tratto da un racconto di Dino Buzzati, autore che ultimamente sta riacquistando una meritata fama nella scala dei valori culturali della nostra letteratura.

Protagonista dell’adattamento, che porta la firma di Michele Ainzara per la regia di Paolo Valerio, è Giuseppe Corte (Ugo Pagliai), avvocato di buon successo che nel corso di una lunga carriera ha saputo conquistarsi una posizione privilegiata e ha trovato il perfetto equilibrio della sua vita. Un’esistenza normale e vissuta in modo alterno e asettico tra ufficio, dove esercita, e casa, dove vive con sua madre in un rapporto di sottomissione filiale; tant’è spavaldo e padrone nel gestire la sua professione ed il suo ufficio (padronanza schematizzata dal rapporto con la segretaria), tanto è insicuro e fragile nei confronti della figura materna, a cui sente di non poter fare a meno e verso la quale si dimostra pieno di (succube) riconoscenza.

Una sera, al cinema, incontra Elisabetta (Paola Gassman) che s’intromette nella sua vita con la forza di un vulcano, riuscendo a sollevare quella grigia patina che aveva incrostato l’animo e lo spirito di Giuseppe. Da anonimo personaggio pieno di rancori e dolori (spesso inespressi) si trasformerà in ragazzino aperto alla pulsione amorosa e all’eversione; una vita che, grazie alla presenza femminile, acquista un diverso colore e, seppur negli scontri e nelle difficoltà di rapporto, gli regalerà il giusto senso di un’esistenza finora piatta e inutile. Purtroppo, nel momento di massimo piacere, il destino farà il suo corso, senza dargli la possibilità di scegliere: un piccolo neo all’occhio lo costringerà ad una discesa agli inferi, rivelandosi ben più grave del previsto.

Valori, rapporti umani (uomo-donna, figlio-genitori), rapporti lavorativi, fragilità e forza, ma anche il rapporto tra la volontà umana, sempre ai confini con l’impotenza, e qualcosa di trascendente che è il mistero (P. Varerio): tutto questo (e di più) è 7 piani.

Lo spettacolo di Paolo Valerio non riesce a trovare un perfetto equilibrio tra la prima e la seconda parte della messinscena, ma nel complesso riesce a dar l’impressione di un’operazione più che buona (e intellettualmente onesta), anche per la magnetica presenza di un mattatore[img_assist|nid=12441|title=|desc=|link=none|align=right|width=640|height=359] straordinario come Pagliai. Il primo atto, giocato sul filo dell’ironia, riesce a cogliere tempi e dettami della scrittura, catturando l’interesse dello spettatore; buona anche l’idea di dividere il palcoscenico in due sezioni distinte, rivitalizzandole alternativamente, che danno velocità e sottolineano i parallelismi della vita del protagonista. L’uso di filtri e fondali con disegni (di Buzzati stesso), che stilizzano in modo naif alcune ambientazioni e molti stati d’animo, è un’intuizione particolarmente apprezzabile e pertinente. Il secondo atto, la surreale caduta agli inferi, è interessante, ma è resa in modo troppo ripetitivo; appesantisce un po’ la riuscita complessiva e stona con il resto della storia.

Forse un unico atto di durata inferiore, con qualche accorgimento per legare insieme (coerentemente) le due parti l’avrebbe reso uno spettacolo perfetto. Così ci sembra manchi qualcosa, anche se ci stanno tutte sia l’ammirazione per lo scrittore, sia i plausi per le felici intuizioni, sia la prolungata standing ovation per un Pagliai in stato di grazia, che ci ha raccontato la tenerezza, le debolezze ed il dolore di un personaggio e di tutta la nostra vita.