Edoardo Erba, tra palco e realtà

InterConNessi

[img_assist|nid=5840|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]UDINE - A Connessomagazine.it siamo onnivori, nel senso che ci piace assaggiare tutto quello che il panorama artistico propone e offrirlo al banchetto dei nostri lettori con commenti, giudizi e suggerimenti. Siamo convinti che più cose vediamo, più saremo utili a chi ci segue. E quando qualcosa ci soddisfa veramente non possiamo mancare di approfondirlo per il puro piacere di farlo.

È in questo contesto, dopo aver visto i bellissimi Muradôrs, Prima Pagina e Margherita e il gallo, che abbiamo pensato di scambiare quattro parole con Edoardo Erba, uno degli autori italiani di teatro più apprezzati da pubblico e critica, eccellente conoscitore dei meccanismi ad orologeria della commedia, sempre rivolta all’analisi sociale e umana. Erba, che vive e lavora tra Roma e Milano, a luglio porterà la sua nuova opera Dramma Italiano al Mittelfest di Cividale: un successo assicurato che, viste le credenziali, ci sentiamo caldamente di  consigliare. Se è vero che un autore è le sue opere, questa intervista mette in luce da cosa nascono la passione, la coesione e l’estrema naturalezza dei sentimenti nei suoi lavori. 

Connessomagazine.it: - Ho letto che i tuoi scrittori preferiti sono Kafka e Beckett: cosa pensi di aver ereditato dal loro modo di concepire letteratura e teatro?
Edoardo Erba: - Kafka e Beckett fanno parte della mia formazione, ma vorrei citare anche uno scrittore italiano un po’ trascurato, del quale si è appena festeggiato il centenario dalla nascita: Dino Buzzati. Lo straordinario dialogo beckettiano, sempre sul filo dell’assurdità, mi appassionava. Ma trovavo molto affine anche quel modo di far diventare realismo la metafisica di Kafka e Buzzati. Poi mi sono evoluto e penso di essermi allontanato da loro, ma comunque, ecco, sono partito da lì.

Connessomagazine.it: - Hai dichiarato che Milano era una miniera linguistica, una fonte d’ispirazione: è ancora così?
Edoardo Erba: - Abito a Roma da quattordici anni. Non ho perso l’accento del nord, ma ormai conosco meglio la situazione linguistica di Roma, tanto che nel 2002 ho scritto un testo in romanesco (non lo parlo ma ce l’ho ben presente) che s’intitola Muratori. Milano è comunque rimasta una bella fucina linguistica: in Lombardia il dialetto è quasi sparito, si parla pochissimo, ma i suoi modi si sono riversati sull’italiano arricchendolo, svecchiandolo, rendendolo una lingua d’uso molto viva. Non è stata solo l’influenza dell’inglese a svecchiare l’italiano, ma anche quella dei dialetti del nord. Un esempio fra i tanti: il fatto di non usare il passato remoto, proprio del dialetto, rende l’italiano più agile, produce una trasformazione vitale.

Connessomagazine.it: - Cos’è che ti attrae maggiormente di Roma?
Edoardo Erba: - Roma è una bellissima città, mi è piaciuta fin dalla prima volta che ci sono venuto, quando avevo dieci anni. Ha un clima straordinario e ci si può star bene. La sua luce mi mette di buon umore e questo è importante perché è un’iniezione di gioia ed energia tutti i giorni.

Connessomagazine.it: - Oltre alle tue opere originali, hai adattato anche lavori di altri autori (Hecht, Veber, Vinterberg): come li scegli e quale approccio di scrittura adotti?
Edoardo Erba: - Negli adattamenti spesso la scelta è casuale, si tratta di proposte dei produttori; è vero però che non accetto tutte le proposte, lavoro solo su quelle che sono in sintonia con la mia sensibilità.

Connessomagazine.it: - Scrivi mai immaginando l’attore che vorresti per quel dato ruolo?
Edoardo Erba: - Può capitare, però nella mia scrittura è poco determinante. In realtà un drammaturgo non scrive per un attore, scrive utilizzando fantasticamente un attore come tipo umano. Gli interessa per la costruzione del personaggio, non per sfruttare le sue capacità. Altro è il lavoro degli autori dei comici: lì si scrivono testi che devono appartenere al mondo di quell’attore e sfruttarne a fondo le doti comiche. Ma è un lavoro diverso dal mio.

Connessomagazine.it: - Sei autore di televisione, teatro, radio e pubblicità, mentre al cinema hai dedicato poco tempo: come mai?
Edoardo Erba: - C’è una componente casuale nelle cose che di solito si tende a trascurare, come se tutto fosse deciso da qualche grande vecchio. Casualmente ho avuto pochi rapporti con il cinema. Bisogna anche sottolineare che oggi non esiste un’ industria del cinema italiano, esistono degli artigiani che ti chiedono quasi sempre di investire anziché di guadagnare (o di guadagnare, ma a prodotto finito). Io questo non me lo posso permettere perché il mio investimento è il teatro: è il mio vero lavoro e la mia prima passione. Comunque secondo me la scrittura per il teatro e quella per il cinema sono più distanti di quel che sembra. Il cinema viene dalla pittura, il teatro da un altro tipo di percorso; questo non vuol dire che le due forme non si possano incontrare, anzi alcune volte l’hanno fatto con notevoli risultati. La mia è una scrittura nervosa, apparentemente cinematografica. In rèaltà non lo è affatto, e usata per sceneggiare non funziona.

Connessomagazine.it: - In Muratori (Muradôrs, nella versione friulana del Teatro Incerto) metti in scena la mercificazione che l’arte subisce oggigiorno; c’è ancora posto per il sogno, l’arte e la poesia nelle nostre vite?
Edoardo Erba: - Nessun sistema è in grado di azzerare i sogni, perché il sogno è nella natura dell’uomo. Magari cambia nella sua espressione artistica, ma rimane come contenuto dell’anima. Non c’è da preoccuparsi per la sparizione dei sogni, perché rinascono sempre. È vero che in certi periodi della storia si fanno brutti sogni (il nazismo, il terrorismo…), ma l’umanità fa anche bei sogni, li ha fatti e continuerà a farli. Certamente alcune generazioni li fanno più belli di altre: quella degli anni 60 ne ha fatti di bellissimi, le successive forse hanno sognato un po’ di meno, creando di meno. Una cosa che mi stupisce ma che per certi versi sembra darmi ragione, è che mia figlia di undici anni e io ascoltiamo e apprezziamo la stessa musica, mentre quando da piccolo io sentivo Rabagliati (Alberto. Cantante famosissimo negli anni ’30 e ’40, sua la celebre Baciami Piccina, ndr.), che piaceva a mio padre, dicevo “Chi è questo dinosauro?”... non lo riconoscevo affatto come un cantante, tale era la distanza.  Questo mi dice che in quarant’anni la musica si è fermata, si ripropone un po’ uguale a se stessa, anche se  in forme gradevolissime. Si è fermata perché si è fermato il sogno dei giovani di cambiare e quindi la loro audacia nel trovare espressioni artistiche che gli corrispondano.

Connessomagazine.it: - Anche la politica è una specie di sogno: che ruolo riveste nella tua vita e nella tua arte?
Edoardo Erba: - Nella mia arte non so, nella mia vita riveste certamente un ruolo, perché la seguo come un tifoso di calcio segue la sua squadra. Sono molto tifoso, a volte mi rendo conto di essere anche un po’ stupido a non capire le ragioni reali della politica, a lasciarmi prendere più dalla superficie delle dichiarazioni che dalla sostanza. Sono rimasto deluso tante volte dalla politica, ma ancora di più da me stesso per essere stato troppo ingenuo: per esempio a diciotto anni avevo in camera il manifesto di Mao Tse Tung… un uomo che sì ha aiutato la Cina ad evolversi, ma anche un grande criminale, responsabile fra l’altro della colonizzazione del Tibet. Mi perdono solo perché allora avevo diciotto anni! Nonostante questo penso che il sentimento antiautoritario, lo spirito di innovazione e cambiamento usciti negli anni ’60 e ’70, mi abbiano dato molto, facendomi vivere un momento irripetibile e ne sono orgoglioso!

Connessomagazine.it: - In Italia il sostegno pubblico alla drammaturgia e alla scrittura di testi è alquanto deficitario: sapresti indicare una strada per uscire da questa situazione?

Edoardo Erba: - Mi viene voglia di dire due cose apparentemente contrapposte. Io non ho avuto nessun sostegno, se non l’aiuto di qualche premio vinto (alcuni tra i premi italiani più importanti, nda) che  non ha certo risolto i miei problemi economici. Certe volte ho  pensato: certo che se mi aiutasse lo stato... Ma mettiamoci nei panni della pubblica amministrazione:  “Chi aiutare?”, “Come aiutare?” non sono domande dalla risposta semplice. La mia vita sarebbe stata migliore se avessi avuto uno stipendio per la mia attività? Non lo so dire, alla fine sono contento di aver lavorato con tenacia in questo Paese difficilissimo, in cui tutto è complicato, ma se riesci a fare qualcosa di buono dev’essere veramente buono! Forse dove ci sono molte facilitazioni e pochi ostacoli escono cose un po’ meno buone…10. 

Connessomagazine.it: -  Hai parlato della critica: qual è il suo ruolo? La ritieni importante?
Edoardo Erba: - È importantissima. Il mio rapporto con la critica è sempre stato ottimo: non so perché ma sono sempre stato amato dai critici. Tengo i ritagli dei giornali che parlano dei miei spettacoli e raramente ho trovato critiche cattive. Per me la critica ha una funzione importante perché certe volte i critici ti colpiscono in un punto debole e a me piace perché così metti a fuoco quel punto e puoi migliorarlo. Purtroppo hanno sempre meno spazio nei giornali. E’ una categoria che rischia la sparizione più di noi autori.

Connessomagazine.it: - Qual è invece il ruolo del teatro nel panorama artistico italiano: ripresa o stagnazione?
Edoardo Erba: - Da un punto di vista creativo è vivo, mentre nell’organizzazione è in grave in difficoltà. Escono sempre fenomeni nuovi e importanti: ad esempio un’opera del collega e amico Spiro Scimone  è stata presa nel repertorio della Comedie Francaise, la mia Maratona di New York è tradotta in tredici lingue, e ciò testimonia come il nostro nuovo teatro travalichi i confini nazionali. Nell’organizzazione invece c’è un pasticcio: i finanziamenti sono pochi e dati male, i teatri stabili sono gestiti in maniera discutibile, fanno poca sperimentazione, rischiano poco, vivacchiano.  Mentre i produttori privati cavalcano tigri sicure, ovvie, già riconosciute dal pubblico, senza puntare su nuovi titoli. È assolutamente necessario pensare a una riorganizzazione del sistema. Detto in altre parole, ci vuole una legge per il teatro.

Connessomagazine.it: - La tua più grande delusione e la più grande soddisfazione…
Edoardo Erba: - Di soddisfazioni ne ho avute ad ogni spettacolo. Ma il massimo è stato con i già citati Maratona di New York, con Muratori e con Margherita e il gallo. Forse è la M nel titolo a portarmi fortuna… Sono stati tre lavori che hanno avuto una scrittura fluida, facile e sono andati molto bene. Una delusione è stata invece una pièce che io ritengo molto bella, Venditori, che ha avuto pochissime repliche dopo un grande sforzo produttivo. Un’altra delusione è stata, dopo i successi di Maratona del ‘93 e ‘94, la mancanza di commissioni: mi aspettavo, nella mia ingenuità, che i teatri stabili mi chiamassero chiedendomi cosa avevo voglia di fare: “Vieni che ti produciamo uno spettacolo!”. Questo è avvenuto solo molti anni dopo! La nostra società è un po’ gerontofila. Cosa che quando avevo trent’anni mi ha fatto patire e che a cinquanta invece comincia a farmi comodo! Ma forse le cose stanno cambiando, penso ai giovani di successo come Fausto Paravidino e Letizia Russo.

Connessomagazine.it: - Il tuo rapporto con la nostra regione e col CSS che ha prodotto la tua Maratona e Muratori…
Edoardo Erba: - Come molti della mia generazione ho fatto il militare in Friuli, e i ricordi dell’epoca non sono bellissimi. Però poi le cose sono andate meglio, il Friuli è diventato un luogo di incontri con persone eccezionali. Parliamo del Css, per esempio. Si tratta di amici, ci conosciamo fin da giovani e mi hanno prodotto il primo spettacolo, Favola Calda, tre monologhi con Claudio Bisio (1987). Poi con loro ho vinto due volte il premio Candoni con Maratona di New York e con Dejavu ed è sempre continuata la collaborazione e la stima reciproca. I rapporti sono sempre stati buoni e mi sono trovato benissimo in tutte le circostanze: abbiamo una franchezza che ci contraddistingue e che mi ha sempre fatto sentire “a casa”.

Connessomagazine.it: - Cosa ci proporrai prossimamente?
Edoardo Erba: - Quest’estate al Mittelfest di Cividale verrà presentata una mia nuova opera che s’intitola Dramma italiano. E’ un lavoro sul dramma vissuto dagli Italiani a Fiume nel 1948. Ho assistito alla prima in novembre, proprio a Fiume, ed è stata una delle poche volte che mi sono emozionato per davvero: il lavoro ha sollevato nella gente ricordi rimossi. Per tutto il secondo tempo non è volata una mosca, la tensione era palpabile. Poi un applauso che non finiva mai. Mi ha regalato le emozioni come solo il teatro può fare! Indimenticabile!