Elton John per la salvaguardia di Venezia

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[img_assist|nid=13895|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]VENEZIA – Mercoledì 9 luglio è andato in scena il secondo appuntamento di SMS Venice, quello che si preannuncia come un progetto triennale per raccogliere fondi a favore del mantenimento di Venezia.

Protagonista d’eccezione sir Elton John che, lasciati a casa marito e cilindro (non giacca d’ordinanza), si è presentato sul palco in punta di piedi, senza troppe strombazzature, né eccessi. John doveva risarcire il pubblico veneziano per il concerto che un anno fa saltò all’ultimo momento; lo ha fatto salendo on stage e mostrando una modestia inaspettata, eliminando pose e vezzi da star.

Il palco, allestito dalla parte opposta rispetto alla Basilica, sembrava piccolo, inghiottito com’era dalla magniloquente scenografia tutt’attorno. E forse la produzione, nello studio dello stesso, ha scelto una linea low profile proprio per esaltare l’architettura circostante: solo pochi e semplici fari ad illuminare il piano-solo show della serata (peccato perché non mi sarebbe dispiaciuto affatto ammirare il lavoro di David Lachapelle per il tour mondiale di John, nda).

Lo spettacolo è iniziato nel peggiore dei modi, per la confusione organizzativa nell’affluenza del pubblico (che a serata iniziata, e per buoni venti minuti, continuava a cercare il posto cianciando vergognosamente) e per l’attacco in scaletta con Your song, una versione praticamente buttata al vento vista la luce ancora alta e il caos totale in platea. Ed è stato così per almeno cinque canzoni: clima da sagra paesana, senza costa né salsiccia, ma con l’acqua minerale a dieci euro. Perché non porre[img_assist|nid=13896|title=|desc=|link=none|align=right|width=640|height=531] uno stop all’entrata degli spettatori almeno venti-trenta minuti prima? Anche il baronetto ha risentito della poca concentrazione e di un’acustica non sempre all’altezza, mostrando un inspiegabile impaccio al piano e una mancanza di limpidità nella voce, che a tratti sembrava rompersi.

Poi, però, è calato il buio ed è stata la svolta. Da Rocketman, una vivace e perfetta calata di musica di alto livello, sfoggiata con una sensibilità, una potenza, ma anche una nitidezza uniche! La malinconia delle note di Nikita, l’aggressività e la grinta di Philadelphia freedom, hanno avvolto d’uno spessore unico il concerto ed il popolo radunato attorno ad un pezzo di storia del pop mondiale.

Sacrifice, cantata con dolore urlato e timbro rauco al punto giusto, ma anche tanta dolcezza, le intense e commoventi Sorry seems to be the hardest word e Candle in the wind e il perfetto esercizio pianistico, musicalissimo e trascinante, di Carla/Etude hanno reso l’esibizione indimenticabile e sottolineato la validità di un interprete sempreverde.

Il finale, bagnato dalle note delle memorabili Bennie and the jets e Crocodile rock -storica e abusatissima hit che però non stanca mai- è stato travolgente e ha concluso in un vorticoso climax la prestazione di questo piccolo, ma grandissimo, suddito di Sua Maestà.