Ennio Morricone, un classico da Oscar

ConSegnati

[img_assist|nid=6051|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]Connessomagazine.it ama il cinema. Segue il cinema. Approfondisce il suo linguaggio e gli elementi che lo costituiscono. Perché il cinema è l’arte delle arti, settima, ma prima come aggregazione dello sviluppo espressivo di moltissimi altri linguaggi artistici.

Per farla breve è la somma di tanti altri momenti creativi: è letteratura perché non esiste film senza scrittura ed è filosofia perché non esisterebbe scrittura senza pensiero e ragionamento. È  fotografia, perché ogni fotogramma della pellicola è uno studio statico di quello che poi sarà un meccanismo mobile. È pittura, nella costruzione cromatica dell’inquadratura. Ed è musica. Cosa sarebbe il cinema senza la musica? Pensando al muto, potremmo dire che se ne potrebbe fare a meno, ma non è così. Già all’epoca, quel cinema era tale solo perché l’evoluzione tecnica non permetteva l’inserimento della pista sonora, ma la necessità di riempire quel vuoto era preminente, così determinante che le proiezioni erano solitamente accompagnate da un pianista. Ora non potremmo tornare indietro perché, immersi in un mondo dove la musica ci viene imposta ovunque, sarebbe come affrontare un viaggio nel vuoto dell’interspazio. La musica del cinema non è solo (solitamente) indissolubile dal film stesso, ma crea il mood per l’ottimale sviluppo di fatti e personaggi, aiuta a fissare sentimenti e momenti che ci porteremo dentro per tutta la vita; è il fertilizzante che sostiene la drammaturgia dell’assunto. Ennio Morricone è uno dei maestri indiscussi delle colonne sonore che ti restano incollate addosso, ne ha create oltre quattrocento nei suoi settantanove anni portati con grande temperamento (la prima fu Il federale di L. Salce, 1961), lavorando con i grandi maestri che hanno fatto la storia cinematografica del Bel Paese (Leone, Pontecorvo, Pisolini, Bertolucci, Wertmuller, Tornatore), ma non solo (De Palma, Polanski, Lyne, Stone, Almodovar). Legato, nella memoria collettiva, alla sua collaborazione con Sergio Leone per le indimenticabili note degli spaghetti western e di C’era una volta in America, ha ricevuto tutti i più grandi riconoscimenti cinematografici, conquistando lo scorso 25 febbraio, dopo numerose quanto infruttuose candidature, l’unico che gli mancava e al quale teneva moltissimo, l’Oscar (alla carriera). Qualche giorno fa siamo andati ad ascoltare il maestro al concerto di Bologna, organizzato dalla Livetour al Palamalaguti. Un uomo semplice, elegante, professionale, che ama il suo lavoro profondamente, consapevole dell’importanza che ha per generazioni di cinefili. Temperamento di ferro ed essenzialità sono i tratti distintivi del suo gesto, sicurezza e pulizia ne contraddistinguono le movenze.

Capace di tenere con sicurezza le fila di un’orchestra[img_assist|nid=6051|title=|desc=|link=none|align=right|width=640|height=640] affiatata (la Roma Sinfonietta, quasi 100 elementi), dove gli archi sembrano spiccare il volo in pezzi assai dispendiosi, è aiutato, nell’evocare atmosfere che sembrano bussarci al cuore direttamente da un passato che appartiene alla nostra memoria, da un coro di una novantina di persone (Lirico Sinfonico Romano, C. Casini dell’Università Tor Vergata, Città di Roma) e da un straordinario soprano che sembra andare oltre la barriera del suono (oltre la potenza dei violini): Susanna Rigacci.

Il programma, suddiviso in cinque quadri (Vita e leggenda, Cinema dell’impegno, La modernità del mito in Leone, Fogli sparsi, Cinema tragico lirico ed epico), ha percorso tutte le tappe più significative della sua carriera, sollevando un boato in platea quando è arrivato il turno del brano tratto dai titoli de Il buono, il brutto, il cattivo. Gli intoccabili, C’era una volta in America, La Battaglia di Algeri, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, la trilogia western, Mission, sono state le gemme che, nella serata, hanno regalato forti sussulti a chi è cresciuto a pane e cinema, momenti di rara emozione/commozione pur in un ambiente, quello del Palamalaguti, assolutamente inadatto per uno concerto di classe come questo.

Un’ovazione ad ogni pausa e una standing ovation finale che l’ha costretto a ben tre bis, concessi tra una tensione emotiva ineguagliabile. Alla fine se n’è andato portando con sé i suoi spartiti, ma rimanendo dentro alle nostre menti e nei nostri cuori ben oltre le due ore e mezzo. Mission compiuta, grazie Maestro.

 Le prossime date: -         Parco Villa Reale di Monza, 16 giugno -         Piazza San Marco – Venezia, 10 settembre