Don Giovanni

Stagione Teatrale 2012-2013

Don Giovanni
di Molière

con
Manuela Kustermann, Sganarello
Fabio Sartor, Don Giovanni
Alberto Caramel, Gusman, Petruccio, Dimanche
Emanuela Ponzano, Donna Elvira
Massimo Fedele, Don Luigi, Povero
Luna Romani, Carlotta
Marta De Ioanna, Commendatore, Spettro

traduzione e adattamento Manuela Kustermann
dipinti Stefano Di Stasio
disegno luci Valerio Geroldi
movimenti scenici Gloria Pomardi
regia Alberto Di Stasio
Una produzione La fabbrica dell'attore

Avviene spesso che una messa in scena sia dettata dalla spinta di un desiderio che ci fa riconoscere un certo testo drammaturgico come il luogo in cui riposano cose che riguardano la nostra vita o la nostra sensibilità come attori, registi o artisti nel senso più ampio. E ciò sicuramente fa parte del nostro modo di relazionarci con il mondo. Ma nel caso del “Don Giovanni” di Moliere c’è qualcosa che comprende e supera queste istanze, che sì ha a che fare con noi, ma anche con la nostra storia. Moliere scrive il “Don Giovanni” nel 1665: merito del regista Alberto Di Stasio è di avervi visto una chiara anticipazione di ameno un secolo dell’Illuminismo e di una sua deriva che è il libertinismo sadiano . E’ infatti impressionante cogliere nei monologhi del protagonista, e non solo, quei pensieri che furono caratteristici dell’epoca della Rivoluzione, ma ancor di più, della critica all’ottimismo rivoluzionario propria delle opere del Marchese De Sade. Tutto questo, però, rimarrebbe ai nostri occhi di teatranti come un fatto meramente letterario o storico, se non fosse che la nostra lettura sia stata arricchita da quella geniale analisi del Don Giovanni di Mozart fatta da Soren Kierkegaard. Egli, mettendo in evidenza come il Don Giovanni non possa essere colto nella sua verità se non musicalmente e se non come lo ha composto Mozart, ci induce ad una riflessione importante sul nostro ruolo di attori e su come il nostro dire e soprattutto il nostro agire si possano misurare con l’Eros nel suo slancio lirico. Ecco che qui per noi si apre una sfida. Ed è in questa prospettiva che si devono cogliere le ambiguità del testo e della messa in scena: la figura di Sganarello che non può non mostrare la sua natura femminile nella sua incredibile adesione al destino di Don Giovanni, ma che non può neanche totalmente dimenticare se stesso come quella parte della società che coglierà nell’utile e nella prassi la leva per il proprio riscatto; quella di Donna Elvira che nella sua esausta femminilità vive in equilibrio sulla sua follia di monaca e di amante al tempo stesso in cui le figure di Cristo e di Don Giovanni si confondono; quella di Petruccio che rimane imbrigliato nella sua popolare ma al contempo pregiudiziale visione del mondo; quella di Carlotta che nuota nell’illusione di un riscatto sociale ed umano non avendo idea della forza bestiale che governa il mondo e di cui ella stessa è figlia; quella di Don Luigi padre snaturato il cui declino sociale ed economico egli attribuisce alle colpe di un figlio degenere, ma che sono invece determinate dal potente flusso della storia che si scontra con la sua esile e volgare ipocrisia. Ecco, la sfida, come si diceva, che ci stiamo preparando ad affrontare, è pertanto quella del corpo dell’attore che, in quanto tale, non è pronto a cantare e che pur conscio di questo si getta, come per rispettare un rito, per rendere presente ed immutabile un che di passato e di perso, verso il suo limite, come l’inciampo di un umano, fin troppo umano che canta silenziosamente il proprio de profundis.

 
Nota di regia

Si ignora l’anno, il secolo, il luogo in cui nacque la leggenda di Don Giovanni.
Non esiste una notizia certa che possa rivelarne l’origine; c’è chi crede (ad esempio Kierkegaard, nel suo saggio L’erotico nella musica) che l’idea del personaggio appartenga al cristianesimo, e, attraverso di esso, al medioevo. Quanto alla sua origine, al luogo, s’impone ch’esso sia la Spagna.
Ma ecco proprio uno studioso spagnolo, il Maranon, allontanare l’idea che Don Giovanni sia un prototipo spagnolo e tanto meno andaluso. Egli sarebbe, piuttosto, un prodotto di società decadenti che aveva già portato in giro il suo cinismo nel declino di altre civiltà, quando la Spagna era ancora un embrione di popolo, senza struttura nazionale. Infine c’è anche chi ha visto calare Don Giovanni (proprio lui, uno dei personaggi più mediterranei che si conoscano) dal gelo e dalle nebbie del Nord.
Questi studiosi descrivono la biografia di un fantasma; non s’accorgono che Don Giovanni è un personaggio che, come tale, è storicamente irraggiungibile.
E’ vero solo per l’intensità della finzione poetica che lo fa vivere.
E’ il palcoscenico il luogo della sua definizione; solo in esso egli compie gli estremi della sua azione.
Molière ne fa un capolavoro assoluto; il testo raggela la figura del burlador de Sevilla, esaltandone l’ipocrisia come mezzo eccellente e infallibile per raggiungere lo scopo. Quella polemica sociale, contro la morale, la virtù e l’onore che si pretende invincibile, qui si dichiara con irruenza, come se Don Giovanni fosse il rivoluzionario denunciatore d’una verità abilmente nascosta sotto la devozione, ed egli si divertisse a trasformare, come un meccanismo, quella verità in una vivente dimostrazione.
Il libertino Don Giovanni, dunque, spense del tutto il fuoco e la giovanile baldanza del suo antenato spagnolo: si raggelò in una luce livida e quasi satanica.
La nostra scrittura drammaturgica accerchia lo spettatore in tre misure di interpretazione: la  musica mozartiana di rara bellezza, pungolo buffo/tragico che scuote l’approssimazione apollinea del personaggio per rovesciarlo in un turbine dionisiaco come soltanto un musicista come Mozart poteva immaginare; i quadri di Stefano Di Stasio e i costumi di Paola Gandolfi, inoltrati in una modernità propria dei grandi truffatori, di un realismo impensabile e anacronistico.
La vera e propria scrittura di scena si modella ai fondamenti d’un teatro di forti emozioni fisiche e psichiche, dove nulla accade se non evocato e nulla si evoca se non vissuto.

Uno spettacolo che speriamo di alta intensità teatrale, voluto per scuotere le coscienze degli spettatori illuminandoli sulla decadenza erotico-corporale del nostro vivere civile.
Alberto Di Stasio

Scheda Evento

Quando:
Dal 16 al 20 gennaio 2013, ore 20:30
Location:
Teatro Goldoni, San Marco 4650/b - VENEZIA
Contatto:
Biglietteria del teatro
Tel.:
0412402014