La pierre de la folie

Il progetto della Pierre de la Folie si basa sulla possibilità di convertire l’energia (ossia l’idea) in massa, quindi in materia (vale a dire in opera) rilevabile dai nostri sensi. Com’è ovvio, la materia è un’entità capace di adeguarsi a una forma, ma è anche una disciplina di studio suscettibile di classificazione. Da questa premessa nasce un “macro-allestimento di micro-mostre” che attiene ai criteri espositivi del complesso industriale in cui ha sede Dolomiti Contemporanee; dato che ogni edificio del distretto artistico è concepito per ospitare una singola mostra, nel Padiglione Sass de Mura verrà ricreata la stessa modalità operativa in una scala più ridotta, ricavando cioè delle piccole rassegne all’interno del più ampio e articolato progetto della Pierre de la Folie. In modo del tutto autonomo, ogni sezione svilupperà una propria tipologia, ma tutte risulteranno connesse tra loro (a riprova del fatto che la somma delle parti è più grande delle parti stesse). Prendendo spunto dalla roccia dolomia che circonda Sass Muss, la mostra si concentrerà su differenti opere – che non sono altro che “materia sottoforma di pietre” - permettendo così un’analisi metodologica intorno al fare e al [ri]pensare l’arte visiva. Posto che è l’idea a creare la materia, le opere-pietre di cui si darà testimonianza non sono semplici oggetti bensì dei processi creativi (naturali e/o artificiali). La relazione con il paesaggio dolomitico si declinerà quindi in “aeroliti filosofali”, “rocce alchemiche”, “pietre angolari”, “pietre di paragone”, “monoliti invisibili” e nel primigenio “Adam Kadmon”.

Aeroliti filosofali

Nel settecento veniva derisa la pratica di estrarre chirurgicamente delle pietre sanguinanti dalla testa di persone eccentriche o dal comportamento anomalo. La “pietra della follia” che possiamo estrarre dal libro di Fernando Arrabal (qui esposto in copia autografa delle edizioni City Lights di Ferlinghetti) corrisponde ai sogni più reconditi e assurdi del genere umano. Disseminati nel salone centrale, alcuni aeroliti sembrano sfidare le leggi della gravità terrestre, involandosi come fossero dei pensieri. Alla maniera dell’isola volante di Laputa, che galleggia nel cielo di Balnibarbi, la spugna luminescente di Luca Pozzi fluttua su un campo elettromagnetico, testando le proprietà fanta-scientifiche della materia inerte. Elisa Monaldi propone invece la perfetta summa dei quattro elementi (acqua, terra, fuoco, aria) nella fattispecie di una creta naturale e di una ceramica smaltata che sembrano in procinto d’ascendere verso il cielo riprodotto su una minuscola fotoceramica. A ingannare la legge di Newton ci pensano anche i paesaggi che Daniele Giunta ha disegnato su piccoli formati che alligneranno misteriosamente nel vuoto della parete centrale.

Rocce Alchemiche

Manuele Cerutti, Fulvio Di Piazza e Juan Carlos Ceci presenteranno ciascuno un piccolo quadro che individuerà tre differenti fasi di metamorfosi geologica. La pietra sfaccettata di Cerutti, la montagna biomorfa di Di Piazza e il paesaggio roccioso di Ceci sono ovviamente dei pretesti metalinguistici per raccontare l’alchimia della pittura. La misteriosa pietra di Cerutti riveste un’importanza simbolica perché viene fatta corrispondere alla sedimentazione pittorica, a quel travaglio concettuale che rivela la promiscuità e l’ambiguità delle “prime intenzioni”. Di Piazza è un artista [in]naturalista capace di trasfondere la fisiologia umana nella geografia; esercitando la propria volontà sulla natura, egli riesce a permearla/plasmarla a propria immagine e somiglianza. Seppur imbevuta di pittura, la pelle coriacea del mondo – così come ci viene mostrata da Ceci – è essiccata, trasformata in una carcassa di pietra, con le “carni” indurite e le “cartilagini” fibrose che dichiarano la stanchezza di una natura appesantita dai secoli… di storia naturale, e artistica in particolare.

Pietre Angolari (Omaggio al cubo)

Sotto quali aspetti un sampietrino può essere equiparato al posacenere di Bruno Munari, ai dadi di Giulio Iacchetti, ai post-it di Arthur Fry, ai multipli di Paul Schatz o ai celebri rompicapi di Ernö Rubik, William Altekruse e Piet Hein? Non facendo nessuna distinzione tra elementi naturali, manufatti artistici o di design, la selezione di oggetti ragiona sul concetto di opera, intesa come creazione pura e semplice. Parafrasando – e, perché no, parodiando –  l’Omaggio al quadrato di Josef Albers, questo piccolo “Omaggio al cubo” cercherà di stimolare gli spettatori, mettendone alla prova il senso critico e le loro capacità deduttive (molto spesso non è nelle opere monumentali ma in quelle di dimensioni più piccole che troviamo una “complessità risolta”).

Pietre di paragone

Introduce questa sezione il catalogo “Due pietre ritrovate di Amedeo Modigliani” pubblicato nel 1984 a seguito del rinvenimento di alcune teste in pietra che furono attribuite a Modigliani (i presunti capolavori si rivelarono essere in realtà dei clamorosi falsi). Il catalogo dell’affaire Modì – diventato una rarità per gli amatori – costituisce una testimonianza molto concreta sulla labilità e le distorsioni che spesso colpiscono il giudizio della critica ufficiale; ma al di là della beffa, desta una certa curiosità il titolo stesso del libro, in cui le teste non vengono chiamate “sculture” ma semplicemente “pietre”. Con la stessa ambiguità lessicale vengono qui proposte quattro opere che, disposte a pavimento e in fila indiana, saranno messe a confronto con delle pietre dolomitiche prelevate dal paesaggio circostanze Sass Muss. Benché la dolomia sia una roccia  grossolana, in cui confluiscono sedimenti calcarei e marnosi, l’Unesco ne ha riscattato il valore intrinseco proclamando le Dolomiti “patrimonio dell’umanità”. E dal momento che l’arte è stata spesso intesa come una imitazione della natura, non è inverosimile pensare che la natura possa plagiarla a sua volta e diventare essa stessa un artificio culturale. Mettendo alla berlina il concetto che oppone i materiali “nobili” a quelli “volgari”, la pietra dolomia risulterà equipollente alle quattro sculture che l’affiancano: 1. il reperto post-industriale di Andrea Facco, calco fossile di un pacchetto di sigarette cui è stata data forma e dignità d'arte ma che dichiara d’essere anzitutto un residuo della modernità. 2. I caldi di colata di Lucio Pozzi ottenuti assemblando i prodotti di risulta delle fonderie, materiale inutilizzato che l’artista ha ironicamente convertito nella – effettiva – fusione di una scultura. 3. L’am-masso minerale realizzato da Michael Noble, che si mantiene in bilico tra ciò che è autentico e ciò che è artefatto (lo scultore, che per molte sue opere si ispirò alle Dolomiti, ha sempre cercato l’intimità delle cose, e in particolar modo della pietra che fu il suo “ideale laboratorio”). 4. L’Ikebana Mon Amour di Andrea Salvatori, composta da dei gigli che stillano del sangue su una superficie rocciosa, induce a una riflessione sulla bellezza floreale che è anche metafora della brevità e della fragilità dell’esistenza; l’antica arte dell’ikebana si propone infatti di «mantenere vivo [“ike-ru”] il fiore [“hana”].

L’invisibilità è una tra le possibilitò della materia

Laddove il concetto diventa materia, ecco che la visibilità tende a un maggior grado di fisicità. All’opposto, nella saletta adiacente l’ingresso, apparentemente vuota, non ci saranno opere ma solo un libro aperto e dei fogli che comunicano al pubblico la presenza di pietre “invisibili” all’interno della mostra. La prima è una pietra immaginaria, letteraria se vogliamo, perché ci viene raccontata da Paul Auster nel romanzo-sceneggiatura di Lulu on the Bridge. La seconda e la terza pietra sono invece delle “omissioni” che si pongono l’obiettivo di ricordare quale fosse l’approccio artistico di Gino De Dominicis. È noto come una personalissima visione del proprio lavoro portasse GDD a mantenere un diritto di veto su apparizioni e riproduzioni fotografiche; un’indicazione che non ha mai trovato un adeguato riscontro dopo la morte dell’artista. GDD era solito ripetere che «la riproduzione non è una mia opera ma l’opera del fotografo» e che «l’arte non ha bisogno, per esistere, di essere vista». Con l’intento di suffragare queste sue dichiarazioni, le pagine del catalogo Electa “Gino De Dominicis: l’Immortale” sono state scorporate dal volume e private della riproduzione fotografica di Equilibrio (un grande masso su cui è infissa un’asta dorata).  Diversamente, si cercherà di stabilire la vera paternità della Seconda soluzione di immortalità (in cui appare una pietra che reca il titolo di Attesa di un casuale movimento molecolare generale in una sola direzione, tale da generare un movimento spontaneo della pietra). E poiché GDD declinava la richiesta di descrivere a parole le sue creazioni, invitando viceversa i suoi interlocutori a conoscere ogni sua opera solo «quando sarebbe stata esposta di nuovo», si è deciso di listare a nero le schede di commento delle relative immagini.

Adam Kadmon

A chiudere il cerchio metodico-virtuoso dell’esposizione troviamo una scultura di Willy Verginer. È come se le diverse pietre disseminate in tutta la mostra si fossero trasformate in un’unica pietra circolare che pone l’uomo al suo centro: quell’uomo primordiale che è un Golem nato dalla terra (Adam Kadmon significa per l’appunto “uomo terroso, terreno o della terra rossa”). Come fosse l’ultimo anello di una catena evolutiva in cui la trasmutazione della materia – vale a dire la ricerca dell’opus/opera – ha modificato anche l’essere umano, la figura scolpita da Verginer è circondata da oggetti non meglio identificati che sembrano modificarne la struttura molecolare.
In definitiva, non ci resta che «accordare attributi umani a una pietra piuttosto che negarli a una possibilità di coscienza, per quanto minima» [Mark Rothko dixit].

Scheda Evento

Quando:
Dal 30 luglio al 4 settembre 2011
Location:
Sass Muss c/o Edificio Schiara- Sospirolo (BL)