Far East 10, echi horror dalla Thailandia

ConSequenze

[img_assist|nid=13085|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]UDINE - Thailandia nuova frontiera dell’orrore cinematografico? Per quel che si è potuto vedere all’Horror Day del Far East Ten, la risposta è ni. Finita l’era del J-Horror (sintomatico che Nakata sia presente a Udine con due film che poco hanno a che fare con i suoi capolavori), il panorama dell’horror asiatico è in transizione.

Le lunghe chiome alla Sadako sono meno onnipresenti, e questo è già un risultato. La Thailandia all’Horror Day del Far East 9 aveva schierato con Dorm e 13-Beloved la squadra migliore. Anche quest’anno i tre titoli thailandesi sono stati certamente i più interessanti, se non proprio i migliori del lotto.

The Body di Paween Purijitpanya è sceneggiato proprio dal regista dell’apprezzato 13, Chookiat Sakwirakul, presente in sala qui al Festival. Proprio come in 13, l’idea portante del film, che qui si disvela soltanto nel finale, è certamente apprezzabile e originale. La classica storia di fantasmi viene improvvisamente virata in horror psicologico e, - nonostante il gioco sia fatto a carte scoperte, nel senso che vari elementi disseminati nella sceneggiatura[img_assist|nid=13086|title=|desc=|link=none|align=right|width=640|height=428] potrebbero dare la risposta- la chiusura è assolutamente sorprendente. Meno stupefacente è - purtroppo - la realizzazione del film, che soffre di un eccesso di effetti digitali spesso puerili e della solita sovrabbondanza di shock sanguinolenti, che presto anestetizzano anche il più pauroso in sala.

Questi stessi difetti, con l’aggravante di una maggior confusione in sede di sceneggiatura, si trovano in The Screen at Kamchanod, di Songsak Mongkolthong. Nella fase centrale del film pare di assistere più ad una serie di sketches, con i protagonisti assillati da ogni tipologia di visione fantasmatica, che ad un lungometraggio. E’un peccato, perché sia l’idea portante (un vecchio film come medium tra il nostro mondo e quello degli spiriti) che la pesante atmosfera di negatività che intrappola tutti i protagonisti, con poche concessioni al melodramma, erano risorse da utilizzare meglio.

Ben conscio delle proprie poche risorse e per questo assolutamente godibile è invece Sick Nurses di Thospol Sirivavat e Piraphan Laoyont, offerta thailandese notturna del Far East. Sexy slasher - horror surreale di basso budget ma di molta fantasia, Sick Nurses cannibalizza con il dovuto pessimo gusto l’immaginario J-Horror associandolo allo splatter di serie Z. Il grand-guignol a spese delle infermiere-modelle consente anche una sana e liberatoria irrisione delle loro ossessioni estetiche.

[img_assist|nid=13087|title=|desc=|link=none|align=left|width=640|height=427]Meglio girati ma anche più deludenti i coreani di giornata. Black House di Shin Terra, storia di un assicuratore ossessionato da una famiglia di psicopatici che ‘pretende’ il proprio premio, parte bene in virtù di quella che sembra un’ottima sceneggiatura e anche grazie all’ottimo protagonista Hwang Jeon-min. Malauguratamente al momento chiave il film si trasforma in un’imitazione dei peggiori thriller hollywoodiani, con i soliti finali multipli e vagonate di umorismo involontario. L’horror bellico The Guard Post di Kong Su-chang è la brutta copia di R-Point, già visto qui al Far East. Stavolta al posto dei fantasmi c’è un virus letale, non cambia il numero altissimo di vittime e di sparatorie a bruciapelo. Cambia purtroppo la sceneggiatura, infarcita di flashback confusi che alimentano sbadigli più che paura. Non brutto, ma si poteva pretendere di più.

Kaidan di Nakata Hideo è un gotico giapponese di classe, in cui il regista di The Ring ritorna alle storie di fantasmi tradizionali, aggiornando le fonti folkloriche e teatrali giapponesi con un certo rispetto, senza però rinunciare a qualche sano shock prelevato di peso dall’horror contemporaneo. Un’opera interlocutoria, certo, ma anche un piccolo sospiro di sollievo per tutti quelli che erano rimasti molto delusi da L: Ch’ange The World, il suo film di apertura del festival. Del filippino a basso budget Altar non c’è purtroppo molto da dire: parte bene, ma nel finale fa rimpiangere il nostro Lorenzo Bianchini, che con mezzi (apparentemente) simili ha prodotto opere horror ben più interessanti.

In sintesi: un horror day più sanguinolento che pauroso. Migliore, almeno per frastuono e dovuto numero di vittime sullo schermo, di altre edizioni passate. I thailandesi non saranno raffinati, ma dimostrano di avere qualche idea in più nel rielaborare le trite convenzioni del genere. Con qualche script più rigoroso, il futuro dell’horror asiatico potrebbe stare da quelle parti.