Fareastfilm 9: quel che resta dell’orrore

ConSequenze

[img_assist|nid=5981|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]UDINE - Sarà pur vero che le fanciulle spiritate dai lunghi capelli sono il portato di un’iconografia secolare, ma la loro presenza in qualsiasi film horror orientale, e non esclusivamente giapponese, stava diventando francamente irritante. I miei scaffali di DVD sono inesorabilmente popolati di sequel di Ring, Grudge, Phone, e di amabilissimi cloni dei miei babau preferiti.

Ho addirittura acquistato un paio di costosissimi saggi dedicati al genere belli capelli per capire dove si piazzi nell’armamentario culturale del sol levante. Da anni terrorizzo i miei familiari con spettacolari rutti telefonici formato The Grudge. Pertanto, è con la coscienza perfettamente libera e il più possibile priva di pregiudizi culturali orientalisti che dico: basta Sadako!

L’horror day del FEFF 9 mi ha in questo senso confortato: tranne poche e contestualmente giustificate allusioni, la profusione di capelli assassini è stata circoscritta a qualche richiamo iconografico, senza una continua riproposta delle stesse tipologie fantasmatiche. Un horror day ‘in ripresa’, va detto, rispetto alle due ultime fiacche edizioni. Questo soprattutto grazie alle proposte thailandesi, assolutamente diverse tra di loro e perfino sorprendenti. Dopo il successo internazionale di Shutter, un piacevole mezzo clone dei succitati giapponesi, la Thailandia dimostra di saperci fare in campo horror anche con le idee oltre che con gli effettacci cruenti. Particolarmente ispirato Dorm, di Songyos Sugmakanan, [img_assist|nid=5982|title=|desc=|link=none|align=right|width=640|height=419]che utilizza l’elemento orrorifico per raccontarci una storia di formazione. Il piccolo Chatree, mandato in collegio dall’odiato padre, trova nel tetro dormitorio non solo vietatissimi racconti di fantasmi, ululati e cigolii strani, ma anche uno strano amico che ha a sua volta un passato difficile – assieme troveranno modo di superare gli scogli della memoria. Un film tenero, ben diretto, ben scritto e ben fotografato, che evita qualsiasi tipo di manicheismo tipico delle storie di college, solitamente infarcite di luoghi comuni su guardiani repressivi e fanciulli molestati.

Di luoghi comuni horror è invece infarcito The Unseeable, di Wisit Sasatianeng, già regista de Le Lacrime della Tigre Nera. La giovane Nualjan (Siraphan Wattanajinda, bellissima, presente in sala), incinta e alla ricerca del marito, trova rifugio nella villa di una bellissima vedova, abitata da personaggi strani e sfuggenti. Qui troverà anche la sorprendente soluzione della propria ricerca… Il classico tema gotico della casa infestata è sfruttato con tutta l’attrezzatura a disposizione (sussurri, ombre, cigolii, eccetera…) ed il tutto appare chiaramente derivativo per chi abbia visto The Others e similari. Tuttavia l’attenzione per le atmosfere, l’ambientazione decadente, il crescendo adeguato, e soggettive ingannevoli come il genere pretende, fanno sì che il tutto miracolosamente tenga, consegnando anche qualche brivido sincero.

Più imperfetto, ma anche assai più originale, è invece 13 – Beloved, di Chookiat Sakwirakul, che utilizza una sola ma splendida idea portante: il protagonista (interpretato da uno strepitoso Krissada Sukosol, dragone d’oro come miglior attore del FEFF, se esistesse il premio) si trova in bolletta e senza lavoro, e riceve una telefonata che lo invita a compiere 13 prove con un montepremi finale altissimo. Il ritorno sul conto in banca è immediato, e il nostro accetta…Il problema è che le prove virano tra il disgustoso e il criminale; il tour de force diventa l’occasione per una ‘deliziosa’ immersione nell’umorismo più nero, e un paio di prove meritano stomaci forti in sala. Peccato che, come spesso accade nel genere, l’idea portante non sia sorretta in modo adeguato fino al termine, in cui tutto si spiega in modo assai deludente e poco credibile, con debiti troppo evidenti a film come Matrix e similari sul tema grande fratello tecnologico.

La proposta migliore della giornata è stata però il piccolissimo film coreano Roommates, della giovanissima Kim eun-Kyung. Lungometraggio a basso budget passato quasi inosservato in patria, Roommates è la storia di quattro studentesse di un college in cui il successo negli studi viene perseguito in modo ossessivo, con privazioni inenarrabili degne del peggior carcere. All’orrore quotidiano si aggiungono visioni di eventi tragici che hanno già segnato la vita del college in passato. Il film gode di una solidità drammatica inconsueta per il genere, forse perché le limitazioni di budget hanno costretto la regista a inseguire più gli abissi della mente piuttosto che a pigiare sul tasto del soprannaturale, con qualche debito a film come Shining. Meritevole anche la denuncia non troppo celata all’oppressivo sistema educativo coreano.

[img_assist|nid=5983|title=|desc=|link=none|align=left|width=640|height=455]Minor attenzione meritano titoli come il filippino Sukob, di Chito Ro?o, e il malese Chermin, di Zarina Abdullah. Quest’ultimo, inconsueto per il tema dell’esorcismo islamico ma abbastanza scontato nel suo svolgimento, ha perlomeno il pregio di essere ben diretto, con un certo gusto formale che lo pone su un altro pianeta rispetto al pessimo Pontianak, altro malese visto l’anno scorso al FEFF. Molta attenzione, ma in senso purtroppo negativo, merita il giapponese The Slit-Mouthed Woman, che fa pessimo uso della consueta leggenda metropolitana (qui una donna dalla bocca tagliata che sequestra e uccide i bimbi maltrattati), sbarellando in modo indegno nel finale, con una sequela di assurdità logiche e spazio-temporali che hanno sconvolto gli spettatori, impossibilitati a trattenere alte risa.

L’horror day insomma viene salvato dagli emergenti thailandesi – il genere sarà pur logoro e standardizzato, ma non pare morto. Quel che resta dell’orrore orientale è ancora interessante – anche senza ricorrere ai soliti capelli assassini.