Fatto a mano

Dal 21 agosto al 5 settembre 2010 

Dalle opere di Luciano De Gironcoli, Roberto Cantarutti e Enzo Valentinuz non appare, immediatamente, alcun tema condiviso, né ci sembra poter evidenziare un linguaggio espressivo che li accomuni. E questo è, sia sotto l'aspetto estetico che in quello contenutistico, un valore aggiunto, poiché l'unico evidente scopo di questa esposizione sta nel mettere a confronto e far dialogare i diversi linguaggi espressivi e le diverse personalità artistiche. Il dialogo e il confronto linguistico sono i soli elementi che inducono a una lettura non scontata (perché non è limitata al solo contenuto espresso), e che permette di creare quello stato d'animo nel quale la percezione (e non parlo di quella dello spettatore), che nasce dalla comparazione, evidenzia il personale rapporto che ogni artista ha con l'arte e con i suoi linguaggi. Per questo potremmo abbinare le opere di De Gironcoli, Cantarutti e di Valentinuz con tre rispettivi sostantivi: la visione, l'infinito e lo svelamento. Tre sostantivi che permettono da un lato di differenziare il lavoro degli artisti, dall'altro di aprire le porte a un dialogo tra le loro opere, e tutto ciò in forma autonoma e indipendente senza addentrarsi in oziosi ed eccessivi esercizi concettualistici. Tutti e tre, infatti, si sentono coinvolti, a diverso titolo e con differente intensità, in quell'azione comune di interpretazione della realtà attraverso un personale rapporto con lo spazio e con il tempo; e se lo spazio diventa il luogo del fare o del fatto, dall'altro il tempo interpreta il divenire, il fato. I riquadri, diversamente impostati sulla superficie e palesemente indifferenti a tutte le regole della prospettiva, che De Gironcoli ci offre, rappresentano delle immaginarie finestre che aprono a una visione della realtà che l'artista ha diversamente vissuto, prima sotto l'aspetto della percezione, poi sotto quello della rappresentazione. Il rosso, il giallo e il verde fanno venire alla mente il colorismo delle bandiere di alcuni paesi africani, e le strutture in ferro o le illusorie profondità dettate da diversi piani prospettici vogliono essere una singolare quanto personale interpretazione della caotica realtà newyorkese, o ancora rimandano alla realtà urbana della giovane e progressistica sistemazione architettonica berlinese. Un atto di attenzione verso una singolare identità geografica che l'artista raccoglie prima come sensazione puramente percettiva e che poi colloca in quella parte della memoria che necessita di essere rivisitata per diventare soggetto del fare. La pittura di De Gironcoli ci appare quasi impersonale per un'apparente mancanza di gestualità o di immediatezza segnica, è invece una pittura riflessiva che alterna la scomposizione, quale percezione personale di alcuni momenti vissuti, e la ricomposizione come momento riflessivo della conoscenza. Questo guardare oltre lo spazio reale per entrare in quello della sua immaginazione ci propone la domanda: quanto indefinito ci appare lo spazio che ci circonda? Non possiamo mai circoscriverlo con precisione poiché è tanto ampio quanto siamo in grado di pensarlo o di immaginarlo. L'orizzonte è quel limite che ogni singolo occhio riesce a vedere. Misurare lo spazio come fosse chiuso e definito ci sembra essere la scommessa di Cantarutti. La figura umana, di per sé ristretta nelle sue dimensioni e circoscritta nell'opera pittorica, sta a rappresentare il rapporto dialettico tra lo spazio percepito e quello indefinito. Un momento dialettico che maggiormente emerge quando l'artista costruisce le sue realtà virtuali. E così, in alcune delle sue istallazioni, quell'infinitezza, che appartiene all'atemporalità dello spazio immaginabile, viene ridimensionata e resa percepibile. L'artista crea uno spazio idealmente infinito e incommensurabile che oltrepassa i confini della sua pura estensione fisica, per rivelarsi poi circoscritto e finito quando lo spettatore si confronta con i limiti figurali degli oggetti o delle immagini collocate sulla parete. E di altro spazio, quello della memoria e dell'essere, parla Valeninuz. Le sue opere, o meglio le sue pareti, esprimono un processo temporale in divenire fatto di velature e svelature. Gli strati di malta (materia che permette l'antica tecnica del graffito) si sovrappongono come veli colorati con l'evidente scopo di cancellarne visivamente la successione. Solo in un secondo momento l'azione dello svelamento ri-costruisce, ricercando nello spazio dell'immaginazione e nel tempo della memoria, la figura capace di essere contemporaneamente espressione della quotidianità (come può esserlo il dialetto) e del passato. Svelamento dunque come espressine seguente al velare, al nascondere. Una vaga metafora della vita dell'artista, dove l'azione dello svelare ricostruisce il divenire dell'essere; un po' quella duplice azione di ricercare sotto la materia, depositata dal tempo, le proprie esperienze umane e quelle di un passato d'artista. Un gioco dialettico che proprio nell'azione dello svelamento permette alla figura di rivelarsi nell'azione del fare, riattraversando così gli strati che la vita ha sovrapposto. Per questo, i suoi "lavori sono dei piccoli racconti di vita". Spazio e tempo, infinito e finito, misurabile e percepibile, vedibile e non vedibile tutti e tre gli artisti si confrontano con lo spazio e con il tempo, con la finitezza del fare e l'infinitezza del pensiero che rincorre un'individuale creatività espressiva. Il linguaggio dell'arte è lo strumento che gli artisti non usano per spiegare e descrivere questi due elementi (spazio e tempo) ma per ri-creare le percezioni di una realtà che ha certo un limite nel nostro essere ma anche l'infinitezza nel suo esistere.  (Diego A. Collovini)

Scheda Evento

Location:
Palazzo Meizlik, Piazza Capitolo - Aquileia (UD)
Orario:
da lunedì a domenica dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 17.00 alle 19.00