Ferruccio Soleri, un Arlecchino tradizionale. Ma tutto moderno

Sipario

[img_assist|nid=4527|title=|desc=|link=none|align=left|width=111|height=130]TRIESTE - E' andato in scena, al Rossetti di Trieste, fino al 25 marzo, lo spettacolo di Giorgio Strehler, compianto regista giuliano e prodotto dal Piccolo Teatro di Milano che porta il suo nome. Con un Ferruccio Soleri in piena forma: come gli diceva il regista: Ferruccio, io non capisco. Tu invecchi, ma il tuo Arlecchino è sempre più giovane. Come fai?

È ormai dal 1963 che Ferruccio Soleri interpreta la parte di Arlecchino, con la regia di Giorgio Strehler, regista triestino scomparso 10 anni fa, ma ancora ben vivo e presente ad ogni recita del suo personaggio preferito della Commedia dell’Arte veneziana. Un successo che si replica ancora in giro per il mondo, in scena al Teatro Rossetti di Trieste, nella città del regista milanese d’adozione, ma triestino nell’anima.

44 anni di rappresentazioni, e non dimostrarli. Dietro la maschera nera del commediante dell’arte più famoso del mondo, dietro la gambetta imbizzarrita anche nei momenti di tranquillità, di un personaggio sempre pronto a ripartire, a scappare dalle botte dei padroni o attratto dal profumo di un pranzo a scrocco, dietro il movimento delle mani sulla pansa ad indicare la fame atavica, dietro tutto questo si nasconde un Picaro alla continua ricerca di sotterfugi per salvare la pellaccia e procurarsi la sua quotidiana manciata di cotillons.

Uno spettacolo, quello in scena in questi giorni al Teatro Stabile Friuli Venezia Giulia, che trae origine dal teatro veneziano settecentesco e dal celebre canovaccio di Goldoni. Ma ancora molto vivo e attuale, per le tematiche che affronta. I riccastri che sconfiggono l’interesse per l’amore, i borghesucci come Pantalone che vogliono dare in sposa la figlia al nobile di turno; un morto che forse non è morto, sul quale si basa la commedia dell’equivoco.

Pochi sono coloro che portano in scena, ancora oggi, l’Arlecchino, perché, come dice Claudia Contin, altra magistrale interprete dello stesso personaggio – rivisitato, però, in chiave moderna – richiede un durissimo allenamento fisico. Niente di più vero. Soleri non smette di muoversi in scena nemmeno per un secondo, intrattiene un rapporto attore-pubblico vivo e attivo, fa partecipare perfino con la risata il suo pubblico.

Sullo sfondo di drappeggi dipinti (anche un dipinto di Canaletto di una Venezia ancora uguale a se stessa), in un palchetto sopraelevato sopra il palco principale – come a ricreare l’atmosfera del teatro di strada settecentesco, con tanto di suggeritori – si danno il cambio personaggi di varia estrazione sociale e provenienza, dal borghese mercante Pantalone al furbastro Brighella, dal bergamasco Arlecchino al bolognese Balanzone, alla civettuola Colombina.

Un equivoco che si risolve, nella migliore tradizione commediografa, nel migliore dei modi. Con un Arlecchino sempre pronto a ricordare che lui è lì, alla ricerca di sotterfugi per procurarsi da mangiare, qualsiasi siano le circostanze.

Una commedia da vedere. Per ricordare, finalmente, le origini della troppo dimenticata Commedia dell’Arte italiana.