Gehry vs. Kahn: l’architettura impossibile del genio

ConSequenze
[img_assist|nid=6637|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]Guardando il buon documentario di Sidney Pollack, Frank Gehry: creatore di sogni, da spettatore sono stato assalito da molti dubbi di carattere emotivo, qualitativo, umano. Non so, perché non sono un critico d’arte né voglio pormi come tale, se Frank Owen Goldenberg (questo il suo vero nome) sia un illuminato pioniere dell’architettura bella e irrazionale (è il creatore di alcuni importantissimi edifici quali il Guggenheim Museum Bilbao, l’atrio del DG Bank building a Berlino, la Walt Disney Concert Hall a Los Angeles, la Dancing House a Praga) o un fenomeno ormai bolso che ha saputo vendere un’idea straordinaria ripetendosi stancamente all’infinito.

So con certezza che il film, uscito dalle mani del suo amico Pollack, è un prodotto onesto ma ambivalente, che in alcuni momenti sa restituire abilmente ed emozionalmente la forza del processo creativo, grazie a sussulti registici originali (la creazione di un modellino di edificio nel suo studio è uno dei momenti più forti e felici) ma che in molti passaggi appare un prodotto statico, vecchio, sovrabbondante di primi piani su sfondi piattamente anonimi. Si avverte che il regista non è avvezzo a ritratti, molto più a suo agio col prodotto di fiction, perché certe soluzioni appaiono francamente inutili come quella di vedere lo stesso Pollack sempre davanti alla cinepresa, che a sua volta riprende quel che accade: presuntuoso e inutile.

Nel complesso però, il fascino del personaggio, l’idea di contrapporre anche voci discordanti, l’oggettiva pulsione attrattiva che proviamo verso alcune opere (stupende certe riprese della luce scomposta sulle superfici e la leggera, fluttuante, magnificamente espressiva carezza finale) lasciano al post-visione un sapore piacevolmente dolce.

A questo documentario se ne contrappone uno del 2003, My Architect, che ripercorre la vita di un altro illustre architetto del XX secolo, Louis Isidore Kahn (tra l’altro modello di Gehry, ma anche di Piano, Stern, Botta, …), ma lo fa in assenza del protagonista scomparso nel 1974. E’ film di un impatto visivo ed emotivo straordinario,[img_assist|nid=6638|title=|desc=|link=none|align=right|width=448|height=640] un’operazione necessaria che prende il via dalla volontà del figlio, Nathaniel Kahn, che vuole, anzi ha bisogno, di cercare la figura di un padre tanto scostante quanto affascinante, per ricomporre un puzzle dei sentimenti fondamentale.

E la necessità personale di questo progetto si sente tutta: parte così una ricerca sensibile di persone alle quali chiedere, opere davanti alle quali bisogna meditare, resti di una vita spezzata e contraddittoria che nel poco ha dato tanto a tutti e avrebbe potuto sicuramente dare ancora di più. Attraverso un percorso puntellato in maniera estremamente efficace da una solida formazione registica, assistiamo con totale trasporto alla storia di una personalità impalpabile che ha trascritto il suo testamento interiore nelle realizzazioni e ha tramandato ai posteri dei momenti artistici stupefacenti, ricchi di misticismo e forza espressiva. Dalla visione di quest’opera prima si esce senza fiato, in quanto ci restituisce con facilità ed estrema profondità l’artista Kahn e la (ri)nascita della sua scintilla creativa: un capolavoro assoluto (candidato all’Oscar) così come la sede del Parlamento del Bangladesh a Dacca (1962). Nathaniel Kahn ha indubbiamente superato il maestro Pollack, ma Frank avrà superato il maestro Louis?