Il dubbio: al capolinea senza certezze

Sipario

[img_assist|nid=13165|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]TRIESTE – C’è qualcosa di più sconvolgente del non avere alcuna certezza? La moderna globalità mondiale da tempo ha messo in crisi mercati, identità e valori, rendendo instabili le solide basi costruite in secoli di lotte nazionalistiche e conservatrici.

L’apertura dei mercati ed il crollo dei confini ha spostato molti dei nostri punti di vista, facendo crollare però qualsiasi sicurezza e mostrando l’impreparazione della nostra società ad accogliere il cambiamento ed il diverso che si vuole integrare con noi.  

È questo, in definitiva, ciò che Il dubbio del premio Pulitzer John Patrick Shanley (autore anche delle sceneggiature cinematografiche di Stregata dalla luna, Alive, …) mette in scena attraverso il dettaglio di una vicenda, che affonda le radici nella storia recente, per elevarsi a metafora universale.

Scritta nel 2002, la storia è ambientata negli Stati Uniti del 1964, all’indomani dell’assassinio di JFK e a cavallo del Concilio Vaticano II (1962-1965), che stava riformulando in modo rivoluzionario la vita religiosa della Chiesa e la sua fruizione da parte dei fedeli.

In una scuola retta da Suor Aloysia (Lucilla Morlacchi), severa e tetragona oltre ogni limite, i contrasti educativi con la giovane suor James (Alice Bachi) si accendono via via di toni aspri e violente discussioni, acuite dalla presenza di un giovane prete (padre Flynn, Stefano Accorsi) che, secondo la madre superiora, avrebbe rivolto attenzioni sospette su alcuni ragazzi durante l’ora di educazione fisica. Nessuna prova, ma chi è veramente Flynn: un pastore d’anime o un cacciatore senza scrupoli?

Il tema della pedofilia è certamente un atto d’accusa non trascurabile nella pièce, ma è solo il punto di partenza per scendere tra le zone d’ombra di ogni spettatore in sala. Un dramma che non contiene risposte e non regala – coerentemente con il proprio titolo – nessun contentino al pubblico. Se all’inizio si parteggia sentimentalmente per la parte (apparentemente) buona della storia (Suor James e Padre Flynn), poco a poco la nostra presa di coscienza inizia a traballare e ad essere assalita da mille interrogativi sulla reale probità del Bene. Personaggi a tutto tondo, ricchi di sfumature e in pericoloso bilico (mai superato); personaggi che mentono per voler fare il bene e che in questo modo non resistono alla tentazione del male.

Chi è il colpevole non ci è dato saperlo, ma sappiamo che tutti sbagliano, compresi noi che vogliamo – nella nostra imperfetta natura di uomini e giudici delle debolezze altrui – cercare una soluzione e una condanna a tutti i costi. La vita[img_assist|nid=13166|title=|desc=|link=none|align=right|width=640|height=427] è una partita dove bisogna imparare ad ascoltare e confrontarsi, non a sopraffare (uomini e idee). I temi esposti sono pedofilia, fede, verità, dubbio, purezza, paura, peccato, conservatorismo vs. modernismo, e non solo; è la nostra vita, signore e signori, e i 100 minuti di questo appuntamento si trascinano a casa senza sconti, ferocemente accesi nella nostra memoria.

La regia di Sergio Castellitto propende giustamente per il rigore scenografico (scene di Antonella Conte) con dosi massicce di crocifissi che appaiono (fisicamente ma anche dall’incrocio di pareti mobili) come monito nella vita dei personaggi e che guardano in faccia anche noi che siamo al buio (molto forti, in tal senso, le finte prediche rivolte al pubblico), fino a quell’ultimo, abbacinante, che ci chiama in causa con violenza. Particolarmente attento e dettagliato il light-design che raggiunge l’apice della tensione emotiva nella scena cardine in cui padre Flynn si avvicina, al termine della lezione, al ragazzo di colore; un momento stupefacente per sensibilità e forza compositiva.

La sicurezza con cui Accorsi, intenso e credibilissimo nei suoi cambiamenti di registro, e Morlacchi, ruvida, sgraziata, indisponente, disegnano i rispettivi ruoli, garantisce una credibilità supplementare ad un testo solidissimo e veramente importante. Meno convincenti, seppur apprezzabili, i comprimari, Alice Bachi (troppo caricaturale) e Nadia Kibout (legnosa e innaturale).

Una discesa scivolosa e melmosa attraverso gli anfratti più oscuri della nostra personalità. Per chi cerca un teatro impegnato, attuale e sconvolgente (senza puntare agli eccessi), è una certezza. O forse no!