Inland Empire, quando l’interiorità è così grande da essere inafferrabile

ConSequenze

[img_assist|nid=3639|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=87]L’Inland Empire (chiamata anche The 909) è un’area geografica piuttosto estesa, situata nella California del Sud e localizzata precisamente tra la contea del Riverside e quella di San Bernardino. L’aggettivo inland, interno, ne indica la distanza (di 37 miglia) rispetto all’Oceano Pacifico e alla zona est della contea di Los Angeles (Pomona, Diamond Bar, Claremont, …), che talvolta viene inglobata in essa.

Ma Inland Empire – L’impero della mente è anche il nuovo incubo targato David Lynch, che con esso firma il suo decimo viaggio cinematografico (senza dimenticare il mitico serial televisivo dei primi ’90, I segreti di Twin Peaks) attraverso gli inferi, nella mente umana  e nell’esistenza metropolitana. Un titolo che fa riferimento in parte all’ambientazione (vediamo degli scorci di villette superlusso e anche il famoso Walk of Fame, filmato in notturna in tutto il suo degrado umano), ma che si collega soprattutto al concetto di illustrazione dell’interiorità che questo romanzo onirico, dipinto dal regista, porta in eredità allo spettatore.

Primo progetto interamente girato da Lynch in digitale in oltre un anno di fatiche produttive, mostra con nitore (!) quanto le capacità professionali ed artistiche sappiano dare estrema sostanza al mezzo espressivo, qualunque esso sia. Le famose immagini allucinate a lui così care, i tagli obliqui e i primi piani inquietanti, i personaggi alieni, le turbe psichiche e fisiche, gli scambi temporali e geografici continui, sembrano condotti in un perfetto e magico equilibrio verso un senso astratto, che cattura lo sguardo e la curiosità di noi comuni mortali in sala. A Lynch non mancano certo esperienza e capacità e sa tenere desta la curiosità per ben tre ore con una lucida follia, che convoglia irrazionalmente la nostra psiche in un’involontaria riflessione sulla vita e la morte. Quali siano i reali collegamenti fra i mille personaggi resta, almeno alla prima visione, un enorme e inestricabile mistero, ma la conduzione ciclica del puzzle qualche dettaglio lo lascia trapelare.

Una anziana signora, appena stabilitasi in un elegante quartiere di Los Angeles, come da consuetudine va a far visita alla sua vicina, Nikki Grace, attrice (una bravissima Laura Dern,[img_assist|nid=3640|title=|desc=|link=none|align=right|width=640|height=433] capace di superare tutti gli ostacoli dovuti ai mille registri adottati, con una rara sensibilità attoriale e una naturalezza disarmante). Durante la conversazione, la vecchina però inizia a far emergere una preoccupante propensione alla follia e introduce, alla sempre più attonita ragazza, un universo parallelo; da questo momento la linea guida narrativa si sdoppia e le risultanti si intersecano tra di loro senza soluzione di continuità.  Sullo schermo appaiono prostitute dell’est, conigli umanizzati, ragazze sole e tristi davanti alla televisione, set cinematografici, amici e amanti di non si sa bene chi, e moltissimo altro ancora. Un caos premeditato, ma che ti dà la ricorrente impressione del genio visionario e creativo dove, comunque sia, ti senti guidato verso alti significati (seppur partendo da un insieme apparentemente confuso di segni).

In Inland Empire possiamo trovare un discorso sulla tv spazzatura a cui ormai siamo omologati, un inno all’inseguimento dei nostri sogni e alla facilità con cui essi si trasformano in rimpianti, un’analisi sulla percezione soggettiva della realtà (per forza deformata e deformante), ma anche (solo?) la voglia di un autore di raccontare tal quale senza per forza sottostare a rigidi e inamidati schemi narrativi.