La favola del muto a Pordenone. Ne parliamo con Carlo Montanaro

InterConNessi

[img_assist|nid=10137|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]PORDENONE - Si è appena conclusa a Pordenone la XXVI edizione de Le Giornate del Cinema Muto. Se molti non hanno visto nulla che si allontana dalle comiche di Chaplin o dalle gags di Stanlio e Ollio; se tanti ritengono che il muto sia noioso, di certo tutti non hanno potuto far a meno di notare l’afflusso di gente e le colorate pashmine delle signore americane.

Le sedie di Moroso, lo scintillio del Verdi e la sfilata di autorità ritrovate hanno fatto da cornice a questa edizione, ben più mondana rispetto alle passate. A colloquio con Carlo Montanaro, organizzatore delle Giornate e Direttore dell’Accademia di Venezia, scopriamo la favola che è nata dalla passione e dall’impegno disinteressato di un gruppo di amatori, probabilmente ancora sbalorditi dall’enorme seguito che il festival è riuscito a produrre.

Connessomagazine.it: - Come nascono le Giornate del Cinema Muto? Come mai proprio a Pordenone?
Carlo Montanaro: - C’era una volta Cinema Zero… anzi, c’era una volta la Cineteca Cinepopolare che era nata dall’impeto di generosità del sig. Angelo Humouda, il quale aveva già fondato la cineteca Griffith a Genova, comperando in America i film in 16 mm e che, dopo il terremoto (del 1976, ndr), si è trasferito qui a Gemona e proiettava all’aperto, per intrattenere i superstiti, cartoni animati. Lì, lui ha trovato Livio Jacob e Piera Patat, grandi appassionati di cinema muto, ai quali ha donato i primi film. La coppia ha cercato poi di ricevere qualche finanziamento facendo degli appelli a cui aderirono registi importanti tra cui Ettore Scola e Tullio Kezich, costituirono un primo nucleo e cominciarono ad acquistare i film in America. Sulla scia di Angelo, anch’io e il Cinema Zero avevamo iniziato ad acquistare… quest’ultimo in particolare perché Piero Colussi e Andrea Crozzoli sono amanti di jazz… io ho conosciuto loro come privato che compera i film perché sapevo che potevamo passarceli. Ad un certo punto è venuto fuori un nome mitico Enrique Bouchard, Buenos Saires, un argentino di origine francese alla lontana, collezionista di film, il quale aveva messo su un impresa privata e con un laboratorio che faceva le riduzioni o in 16 mm o in super 8 di un catalogo piuttosto ampio di film… questo Bouchard prometteva alcuni film di Max Linder che secondo le conoscenze di Piera e Livio non erano mai più stati visti dagli [img_assist|nid=10138|title=|desc=|link=none|align=right|width=640|height=479]anni venti, a comperarli, quindi, si è trovato un tesoretto… hanno avuto l’idea di metter su una giornata e mezza dove, questi film comperati in Argentina, insieme ad altre cose che avevano già comperato e fare una giornata dedicata al cinema del passato… hanno lanciato dei segnali, qualcuno è venuto (8 persone in tutto!)… il primo germe è stato quello, anche se non si chiamavano ancora le Giornate del Cinema Muto, essendoci stati dei personaggi storici della storia del cinema come Aldo Bernardini, c’è stato un pour parler che ha fatto in modo che le associazioni private Cinema Zero e Cineteca Cinepopolare si siano messe in contatto con le autorità pubbliche… sono venuti fuori due soldini… un contatto di Cinema Zero e di Crozzoli in particolare con Alfredo De Santis, un grafico importante, ha fatto in modo che potesse esistere l’idea di un logo diverso, un’originalità… lui, infatti, ha avuto l’idea di trovare nella pubblicità di un film dedicato alla vita di Keaton (The Buster Keaton Story, ndr), la siluette del personaggio disteso a terra e da quel momento è venuto fuori ‘sto omino per il secondo giro, il primo col nome delle giornate. Una terza edizione sempre con i film comperati… al tempo io scrivevo già su “Il Mattino” e su “La Tribuna” e cercavo di far capire l’eccezionalità del festival perché tutto ciò che era mostrato era in realtà acquisito. Questi film sono ancora alla Cineteca Cinepopolare che nel frattempo è diventata la Cineteca del Friuli.
Il terzo anno è successo che il passaparola ha cominciato a funzionare: da Roma la Cineteca Nazionale ha prestato il Christus di Antamoro e dall’estero sono arrivati sempre più numerosi gli appassionati, ed ecco che dalle venti-trenta persone si passa alle centinaia. Si pensa ad una cosa ancora più grande ed ecco che una prima collaborazione diretta avviene con il vecchio Verdi, che non era ancora stato comperato del Comune di Pordenone e facciamo una serata con il Nosferatu, appena restaurato e con l’orchestra… quello è il momento magico in cui qualcosa sta succedendo… l’anno successivo viene preso tutto il teatro per la retrospettiva sui comici del cinema italiano e pochi mesi dopo siamo andati dal notaio e abbiamo fondato l’associazione Le Giornate del Cinema Muto composta da: Cinemazero, la Cineteca del Friuli, Carlo Montanaro, Lorenzo Codelli, Paolo Cerchi Usai e basta, perché Piero Colussi era con Andrea Crozzoli nel Cinema Zero… da quel momento parte un’avventura tutta diversa.

Connessomagazine.it: - E così lei è diventato parte delle Giornate, cosa ha portato in questa edizione?
Carlo Montanaro: - Io vivo da trent’anni ormai con una borsa che mi ha deviato la spina dorsale, c’è sempre dentro un cacciavite cerca fase… sai cos’è un cerca fase? È un affarino che lo infili sui buchetti o sulle lampadine e capisci se funzionano o meno… nella seconda o nella terza edizione, non ricordo, io ero in platea in aula magna e improvvisamente, verso le undici e mezza, si accende la luce e non si spegne più. Io vado in cabina per vedere cosa succede, si erano rotti due proiettori in 16 mm. Allora sono sceso, ho preso il mio cacciavite, ho smontato tutti e tre i proiettori, ho spostato due trapezi e ne ho fatto camminare un altro… da quel momento io sono diventato il direttore tecnico delle proiezioni. Per un anno venni pagato, e poi quando abbiam fondato l’Associazione noi siamo stati circa sette-otto anni senza beccare mai una lira perché credevamo che tutti i soldi andassero agli impiegati... c’è tutto un meccanismo di volontariato strano, un po’ stupido ma bellissimo…

Connessomagazine.it: - E chi sono i donor?
Carlo Montanaro: - I donor sono gli amici più affezionati del festival che pagando una quota fissa hanno diritto a delle agevolazioni e contribuiscono in maniera solida…

Connessomagazine.it: - Sono quasi tutti americani, come mai è un festival così conosciuto all’Estero e soprattutto in America?
Carlo Montanaro: - Noi siamo il festival che in assoluto in Europa ha più americani, il perché sta nella scientificità di ciò che facciamo… anche rispetto al Festival di Bologna che è nato dopo di noi e segue un po’ le nostre piste, aprendosi però anche al sonoro, noi abbiamo sempre un progetto scientifico… loro sono più alla ricerca di cose di richiamo, hanno avuto Chaplin… noi quest’anno avevamo ad esempio Weimar, Starewitch, René Clair… quello che manca quest’anno è una buona pubblicazione, noi ogni tanto lo facciamo poi ci fermiamo perché ci pare il suicidio… tre anni fa con Dziga Vertov, abbiam fatto un libro stupendo e non riusciamo a venderlo… e allora non è che tutti gli anni possiamo tirar fuori cento miliardi per fare un libro e quando poi lo fai, sei orgogliosissimo di averlo fatto ma vedi che non funziona…

 

Connessomagazine.it: - A proposito, volevo leggerle una frase di René Clair: Cinema è ciò che non può essere raccontato. Ma cercate di farlo capire a gente deformata da trenta secoli di chiacchiere: poesia, teatro, romanzo. Bisognerebbe restituire all’uomo lo sguardo del selvaggio… Ora, ad un secolo di distanza da questa dichiarazione, che senso ha il cinema muto?
[img_assist|nid=10139|title=|desc=|link=none|align=left|width=449|height=640]Carlo Montanaro: - Assolutamente sì. Presentando ai ragazzini le mattine delle Giornate, mi sono permesso di dire che la comicità che loro conoscono da cinema e televisione è soprattutto affabulata, sono battutacce più o meno volgari.

Ad esempio Zelig, in realtà sono chiacchiere, se tu spegni il video e ascolti, spesso ti diverti lo stesso… ho sempre usato come esempio Nanni Moretti e Woody Allen, per i quali provocatoriamente con una certa percentuale si può fare lo stesso discorso: tu ascolti, ti diverti, capisci che sono cose intelligenti, ma anche se non vedi non è fondamentale. Se tu prendi, non so, il Signore degli anelli e spegni il video, dici: cosa cazzo è?!

E allora cosa vuol dire? Il cinema muto era arrivato a rendere essenziale il gesto… l’essenzialità… cioè se io picchio, bacio, corro, in tutto il mondo tutti capiscono quello che sto facendo… se io parlo, invece, ho bisogno del doppiaggio, dei sottotitoli. Il cinema muto era arrivato alla decantazione totale… c’è un film che per me è il paradosso: la Giovanna d’Arco di Dreyer, dove addirittura ci sono le battute, sembra una commedia, perché c’è la didascalia con frasi brevi… e il paradosso è che è muto… tu vedi questa faccia intensissima che parla e non senti il bisogno della sua voce perché sei talmente dentro il meccanismo della didascalia che capisci tutto lo stesso e soprattutto l’intensità del viso le emozioni te le passa come se fossero frecce. Quello che il cinema ha poi perso è proprio questa spontaneità e questa capacità figurativa e stilistica di dare allo spettatore delle emozioni magari semplicemente facendo vedere e non dovendo dire “emozionati”…

Connessomagazine.it: - Rispetto alle edizioni passate il pubblico mi sembra cresciuto tantissimo…
Carlo Montanaro: - Cresciuto nel senso di numero? No, io credo che sia lo stesso, lo Zancanaro a Sacile contiene 660-670 posti, qua ce ne sono 640, insomma…

Diciamo che forse qui sono diminuiti i tempi morti, nel senso che abbiam visto una flessione solo mercoledì… noi abbiamo otto giorni, a metà c’è il ricambio, ma la media di sala mi è sembrata quasi sempre uguale ed è più o meno la media di Sacile… Io sto facendo, da bravo Direttore dell’Accademia le mie ferie qua, lunedì ricomincio…

Connessomagazine.it: - Le differenze fra Sacile e Pordenone, cos’è cambiato nell’essere tornati?
Carlo Montanaro: - L’unica differenza sostanziale è questo teatro di merda, un teatro sbagliato totalmente nel progetto ma che come io ho sempre detto e abbiamo sostenuto noi del muto, indipendentemente dal cinema, non funziona neanche per la musica, per la prosa e per la lirica ed è proprio completamente sbagliato il progetto.

L’unica cosa sulla quale mi sono ricreduto quest’anno con l’orchestra grande è sull’acustica, che alla fine devo valutare come discreta… ma sulle altre cose non c’è niente da dire: per rendere più visibile lo spazio hanno fatto questi piccoli scalini dove la gente si ammazza… ad esempio la terza loggia, lo dissi e lo scrissi appena vidi il progetto, mi diverte molto… se uno comperava il biglietto, andava in alto, si apriva il sipario e si accorgeva che degli attori vedeva solamente la testa, si buttava giù ed era sicuro di morire perché era talmente alto e ripido…

Connessomagazine.it: - Qualche curiosità sulle cose che avete presentato inedite…
Carlo Montanaro: - L’unico inedito è questo piccolo film di viaggio su Chaplin, ma insomma…

Connessomagazine.it: - E Méliès?
Carlo Montanaro: - MélièS

Connessomagazine.it: - Si pronuncia la “esse”?
Carlo Montanaro: - Se tu avessi conosciuto la nipote di Méliès trent’anni fa e avessi detto Bonjour Madame Méliès e lei ti avesse detto On dit MélièS… la loro lontana origine è belga e forse addirittura fiamminga, quindi loro sono onorati di pronunciare la “esse”… ciò, più che inediti, sono stati ritrovati… è un ritrovamento straordinario e ho fatto io da ponte con Barcellona, i quali sono una piccola cineteca, molto agguerrita, e hanno trovato un fondo di un commerciante che all’epoca comperava i film all’estero, e la cosa assolutamente straordinaria è che c’è addirittura la corrispondenza di Méliès. Sono quattro film, però ce ne sono già degli altri… io so già di almeno uno che è una ripresa dal vero ed è Place de l’Opéra con le macchine che camminano e quindi può essere quella del ’98, quella del 1902… è un po’ difficile da collocare, quindi è un progetto che sta andando avanti e noi siamo stati orgogliosissimi di avere l’anteprima mondiale…

Connessomagazine.it: - E l’altra Weimar, invece?
Carlo Montanaro: - Di Weimar non ho seguito niente, anzi, credo di aver visto tre minuti di un film… il primo tentativo di viaggio dentro questo materiale l’ha fatto Francesco Savio Pavolini negli anni sessanta alla mostra del cinema di Venezia[img_assist|nid=10140|title=|desc=|link=none|align=left|width=640|height=454] e lì avevo visto alcune cose che mi erano piaciute molto… uno in particolare, che però non è stato messo in programma, è Il Viaggio di mamma Krausen verso la felicità (Piel Jutzi, 1929, ndr.) che è addirittura l’ultimo rullo di passaggio tra il muto e il sonoro…

Ed è un film bellissimo… anzi, non so nemmeno perché è rimasto fuori, probabilmente perché hanno trovato cose più curiose e meno viste… ecco, la cosa fondamentale, la domanda che nessuno mi ha mai fatto è: “per quanto tempo ancora potrete andare avanti prima che il materiale finirà? In realtà, otto giorni sono una cazzata… sono ottanta ore… se tu pensi a quanto sia stato prodotto nel mondo, per quanto sia andato perso l’ottanta per cento dei film. Non solo, tante cineteche cominciano ad avere qualche soldino adesso, hanno quindi la possibilità di restaurare tante copie che noi conosciamo solo in bianco e nero e di farcele vedere con una luce diversa. Aspettiamo, quindi, i prossimi otto giorni per fermare il tempo e ritrovarci nelle atmosfere perse di volti lontani.