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La Rigenerazione, alla ricerca della giovinezza perduta

Sipario

[img_assist|nid=12145|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]GORIZIA - Si possono recuperare le occasioni perdute nella giovinezza? E, soprattutto, ne vale la pena? Sono queste le domande fondamentali che stanno alla base de La Rigenerazione, in scena martedì scorso al Verdi di Gorizia.

La Rigenerazione è l’ultimo lavoro teatrale di Italo Svevo, che, come prosatore, è un Maestro assoluto; meno conosciuto è invece, e seguendo il dipanarsi del testo nello spettacolo si capisce perché, come autore di commedie. L’ambientazione è un interno alto borghese, con i suoi riti e le sue ipocrisie. Una stanza da pranzo che fa anche da soggiorno, che lo scenografo Pier Paolo Bisleri allestisce con pochi tratti essenziali: una poltrona, un divano con sgabello poggiapiedi, un tavolo con quattro sedie, sullo sfondo di una parete asettica e uniforme, quasi un telone su cui proiettare le angoscie esistenziali e i sogni del settantaseienne Giovanni Chierici, il protagonista della pièce, magistralmente interpretato da Gianrico Tedeschi.
I temi sono quelli consueti di Svevo: l’oppressione di un’esistenza convenzionale, di cui l’aspetto emblematico è il matrimonio, la sensualità repressa, la fragilità della condizione senile, sotto attacco su due fronti: il nemico interno costituito dal decadimento fisico e quello esterno, rappresentato dalla società che non fa sconti ai vecchi.
Chiaro che con una moglie affettuosa e buona, ma appassita, una figlia cui la morte improvvisa del marito ha tolto ogni voglia di vivere, una[img_assist|nid=12146|title=|desc=|link=none|align=right|width=230|height=213] domestica giovane, graziosa e un po’ civetta e un nipote imbonitore che vuole convincere lo zio alla miracolosa “operazione” che lo ringiovanirebbe di vent’anni, l’onesto Giovanni preferisca cedere al richiamo delle sirene, sentendo forte il canto e le pulsioni di un’ultima primavera da contrapporre alla morte. Argomento difficile e delicato, quello della sessualità dei vecchi, tanto più in una società come la nostra, in cui la corsa al viagra e al lifting si fa sempre più frenetica.
Argomento che però Svevo affronta con molto garbo e con successo: il momento in cui Tedeschi duetta con Zita Fusco, che impersona la camerierina, chiedendole di sederglisi sulle ginocchia e poi “un bacio”, è il più vero e il più alto della commedia.
Commedia che per fortuna, malgrado un testo tortuoso, contorto, in certi momenti più simile a una conferenza che a un brano drammaturgico, è ravvivata dalla bravura di tutti gli attori, da Sveva Tedeschi, giovane e brava figlia di Gianrico a Carlo Ferreri (il nipote Guido) a Lidia Koslovich (Anna, la moglie di Giovanni); e in particolare dalle incursioni del jolly Fulvio Falzarano, che interpreta divinamente Enrico Biggioni, il personaggio simbolo del classico imbecille che non sa stare zitto quando deve e che però, così facendo fa andare avanti le cose, altrimenti soffocate da troppa buona educazione e da troppi silenzi.