Le nuove leve giapponesi stupiscono il Far East

ConSequenze

[img_assist|nid=13023|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]UDINE - Giornate uggiose, al Far East Film 10 di Udine. La pioggia battente e lo scirocco incoraggiano il visitatore cinefilo a rifugiarsi nel Teatrone, abbandonando qualsiasi pretesa escursionistica. Nulla sembra poterlo salvare dallo strappalacrime coreano o dallo sgangherato malese.

Ma ecco, come spesso accade al , inaspettati gioielli fanno rinsavire lo spettatore ormai rachitizzato dalle scomode poltroncine.

Due cineasti giapponesi, ‘giovani’ dal punto di vista cinematografico se non da quello anagrafico, Miki Satoshi e Yoshida Daihachi, hanno notevolmente incrementato il livello medio dei film visti finora al festival con i loro Adrift in Tokyo e Funuke, Show Some Love you Losers! Sono due film molto diversi nello stile ma perfettamente coerenti[img_assist|nid=13024|title=|desc=|link=none|align=right|width=640|height=425] con tanta cinematografia giapponese, da sempre intenta a dissezionare il mito della famiglia. Gli edulcorati e nostalgici quadretti domestici di Always sono un lontano ricordo.

Funuke, opera prima di Daihachi, è una black comedy esplicitamente rivolta a satireggiare in modo spietato i disastri domestici di una famiglia del Giappone rurale. Il conflitto irrisolvibile tra due sorellastre è il motore narrativo di un film in cui frustrazioni, invidie e ricatti di ogni genere sono descritte con vena grottesca, talora fantastica, anche grazie al ricorso del linguaggio dei manga e a un adeguato commento sonoro. Un film geometrico, con una sceneggiatura che nulla perdona ai suoi personaggi, capace di tenere sempre alto l’interesse dello spettatore. Unica pecca è forse un finale troppo prolungato, in cui il rigore narrativo cede forse a qualche virtuosismo di troppo. Detto questo, Funuke è implacabilmente divertente e benissimo interpretato.   

Adrift in Tokyo è l’ultima opera di Miki Satoshi, cui il Far East dedica un focus di tre film. Nell’immaginario di chi scrive, Miki Satoshi si è trasformato in poche ore da deficiente a genio. Dopo avere visto (per un’oretta, prima di abbandonare il campo) il terribile Deathfix, indefinibile parodia demenziale di qualcosa, non avevo grosse speranze. Invece Adrift in Tokyo è uno splendido road movie (o walk movie, visto che i protagonisti vagano per Tokyo per quasi tutto il film), che ricorda per la tenerezza e la malinconia dei suoi stralunati protagonisti certi film di [img_assist|nid=13025|title=|desc=|link=none|align=left|width=480|height=640]Jarmusch o Kaurismaki. Qui Satoshi imbriglia il lato demenziale degli altri suoi film a tutto vantaggio del racconto. Uno strozzino di mezz’età che ha appena ucciso la moglie ‘assolda’ uno studente squattrinato affinché lo accompagni alla polizia per costituirsi. Nel loro viaggio, i due incontrano varia umanità fino a ‘ricreare’ una famiglia virtuale prima di separarsi per sempre. Improbabili compagni di viaggio, i due ricostruiscono gli affetti perduti o mai avuti, scoprendosi (forse) migliori. Non calcolato e disciplinato come Funuke, Adrift in Tokyo ha però quella rara capacità di saper dire cose profonde con assoluta levità.