Morgan, l’ultimo bohemien

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[img_assist|nid=16724|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]UDINE - Lo scopritore di talenti musicali scoperto nel suo profondo e imprevedibile talento. Marco Castoldi in arte Morgan, 35 anni, sale sul palco del Palamostre di Udine (ospite della stagione Euritmica 2008-2009) in un polveroso frac ottocentesco. E restano tutti a bocca aperta. Spettinato e sgualcito, come se stesse suonando già da ore. Ingobbito e pallido, sembra lo Sweeney Todd cinematografico di Tim Burton & Johnny Depp, sguardo allucinato compreso.

Il musicista che ama le contraddizioni (disprezza la televisione ma fa il giudice a X Factor e diventa direttore della rete satellitare Match Music, odia la letteratura moderna ma pubblica il suo primo libro) inizia accordando addirittura il pianoforte, e si capisce non sarà un “semplice” concerto. Sarà infatti uno spettacolo vero e proprio, di musica e rumori, di citazioni, interazione col pubblico e perfino cabaret.

Forse Marco è addirittura un timido, chissà; ma Morgan di sicuro non lo dà a vedere. Il “personaggio” che vediamo in scena costruisce l’entusiasmo, ci trascina nel vortice e si piace da morire. Come un dandy inglese, un bohemien guitto ed erudito, compone la sua Arte e la distrugge a piacimento: la imbratta, la sporca e la ridisegna, traduce in italiano pezzi storici della musica straniera, cambia canzone a metà esibizione e perde a più riprese gli spartiti.

Un genio, che si svincola dalle convenzioni inseguendo un[img_assist|nid=16725|title=|desc=|link=none|align=right|width=640|height=604] personale miraggio di originalità, e per questo non ci viene in mente nessun paragone contemporaneo. Neanche Allevi, che al contrario del Nostro ha imbastito il proprio successo sul basso profilo e l’umiltà ostentata; neppure Einaudi, grande professionista ma troppo pulito e lineare per stupirci. Morgan è un eterno work in progress, un giocatore che provoca la platea e la prende in giro, che riesce a dissimulare il proprio incredibile estro e le sue grandi qualità di maestro concertatore affogandole nel funambolismo e nell’eccesso del disordine.

Nelle due generose ore di performance l’artista ci regala una manciata dei suoi successi (tra cui spiccano Altrove, The Baby e Canzone per Natale), sparisce dietro le quinte per riapparire dopo brevi attimi sorseggiando una coca o avvolto dal fumo di una sigaretta, si abbandona al pianismo schizofrenico dei suoi omaggi: il Minuetto in G di Bach, Transformer di Lou Reed, Fantastic Voyage di David Bowie; e ancora Brecht e i Doors, De Andrè, Bindi e Sergio Endrigo.

Manca (volutamente) un filo conduttore facilmente interpretabile, e la missione del futurista Morgan può dirsi compiuta: affidare la creazione del concerto all’improvvisazione e spingere il pubblico a diffidare della musica che si capisce subito (come ama dire citando Schumann).

Il resto lo fa la folle lucidità dell’interprete, lo squilibrio scapestrato e poser dell’istrione romantico che ci troviamo davanti, il disordine esistenziale dell’uomo che, parafrasando Marcel Proust, coltiva qualche piccola pazzia per rendere più sopportabile la realtà.

Forse già lo sai/ che a volte la follia/ sembra l’unica via/ per la felicità.