Filigree & Shadow, i Sigur Ros a Jesolo

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Jesolo (VE) - Ben altro mi aspettavo di sentire al concerto dei Sigur Ros nella serata di lunedì 18 febbraio a Jesolo. La pubblicazione di un album (Valtari) pieno di suoni soffusi, vocine sussurrate, tastiere  pastorali, chitarre accennate e con una batteria in aspettativa, sembrava presagire un set ambient, delicato e senza grossi stacchi.

Più This Mortal  Coil che My Bloody Valentine, insomma, detto a beneficio di coloro i quali sanno chi sono Robin Guthrie e Kevin Shields. E dire che, di fronte al folto ed eterogeneo pubblico del PalaArrex, i folletti islandesi si sono presentati confermando le aspettative di cui sopra, iniziando a suonare su un palco coperto da teli sui quali venivano proiettati suggestivi visuals di drappi, tessuti e paesaggi assieme a raffinati giochi di luce, dove si scorgevano le ombre delle loro sagome.

È stata una dimostrazione di alterità di attitudine della band rispetto ai classici canoni del concerto e di volontà/capacità di superare i limiti della semplice performance musicale tramite l'integrazione con altre forme d'arte. Più che come un gruppo rock gli islandesi si sono presentati come un' installazione multimediale, che ha frullato elettronica, la 23 Envelope, Andy Wahrol, il MOMA e quant'altro in un suggestivo mix dal tocco “icelandic”. Possiamo dirlo senza remore: ad oggi la più alta manifestazione del concetto di “art rock”. Non è durato tanto però. Dopo una manciata di canzoni il telo è stato calato e la band si è mostrata al pubblico per eseguire la liturgia del rito on stage.

Sul palco abbiamo potuto vedere i tre membri attuali del gruppo, senza il dimissionario membro storico Kjartan Sveinsson, accompagnati da una nutrita schiera di musicisti comprendente un terzetto d'archi ed un terzetto d'ottoni, mentre  dietro di loro campeggiava uno schermo su cui veniva rappresentata la visual art di Alex Somers, ormai membro effettivo del gruppo. La scomparsa della tenue barriera che ha idealmente diviso il gruppo dal pubblico non ha migliorato la comunicativa verbale tra le due parti: il cantante chitarrista Jonsi ha bofonchiato qualcosa solo dopo circa un'ora, per il resto del tempo ha tenuto il ruolo di ideale direttore d'orchestra di una band che, va detto, in questo momento ha pochi eguali nel mondo musicale.
Tutto questo confuta il fatto che la musica è in sé uno strumento di comunicazione e non ha bisogno di parole per spiegarne la bellezza: ad un concerto dei Sigur Ros si resta rapiti ed ammutoliti dalla commistione di suoni e video, come si resta affascinati alla vista dei suggestivi e quasi alieni paesaggi islandesi. No more words insomma. Solo musica e canzoni, così ha fatto il gruppo a Jesolo, ripercorrendo il repertorio quasi ventennale e lasciando come unica  testimonianza dell'ultimo lavoro la bellissima Varuo, con la melodia che si è inerpicata su alte vette per poi sfociare in un coro angelico. Molto spazio ha ricevuto Takk, l'album più “pop”, del gruppo ed anche il più apprezzato dal pubblico del PalaArrex, che ha salutato con un'ovazione Glosoli e, specialmente, Hoppipolla.
Quello che ha colpito dei Sigur Ros è stata la capacità di mantenere elevata l'intensità delle esecuzioni (e quindi l'attenzione del pubblico) nonostante un repertorio di non sempre facile fruizione, formato da canzoni di 6 minuti di media, capaci talvolta di implodere dopo un inizio lento (shoegazing in salsa isalndese) e talvolta di vivere di minime variazioni. Il falsetto di Jonsi, tra l'altro, è riuscito a non essere mai stucchevole, bloccandosi prima di raggiungere eccessi zuccherini.
La band ha tenuto la scena per quasi due ore, tra saliscendi strumentali, suggestive dilatazioni ambient e accenni tribali proponendo (e affascinando con) i loro brani dai titoli (per noi) alieni come Kveikur, Svefn-g-Englar o Fljotavik. Il tutto è andato avanti fino alla degna conclusione di Popplagio, brano finale dell'album, magnifico manufatto che presentava una tracklist priva di nomi (altro segno di alterità), ma densa di gemme sonore. Partendo dalla tenue melodia, precipuo marchio di fabbrica del gruppo, la Canzone Pop (questa è la traduzione del titolo) si è trasformata in un vortice di suoni al calor bianco da cui emergeva ogni tanto il lamento di Jonsi, unica nota di umanità in mezzo ad un muro del suono wagneriano, coadiuvato dall'aumento dell'intensità delle luci e dalla velocità delle immagini sullo schermo. Una valanga di suoni, non più al rallentatore, capace al contempo di annichilire e di affascinare. Una dimostrazione di potenza sonora. Come gridava Lou: White Light, White Heat.