Le delizie arcane dei Dead Can Dance al Gran Teatro Geox di Padova

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PADOVA - A volte ritornano. I Dead Can Dance capitarono nelle lande venete (a Montebelluna) più di tre lustri fa. Era l’epoca del loro terzo meraviglioso album (Within the Realm of the Dying Sun), tra il pubblico vigeva la divisa dark d’ordinanza, si sprecavano creste e visi dai pallori artificiali.

Giovedì 6 giugno un Brendan Perry senza la folta capigliatura di un tempo ed una Lisa Gerrard meno esile, ma ugualmente enigmatica, si sono presentati a Padova, al Gran Teatro Geox, di fronte ad un uditorio più “normalizzato” e forse più attratto dalle prove solistiche della Gerrard che dai trascorsi gotici del gruppo. Nello iato intercorso tra i due concerti la musica del duo ha guadagnato sempre più consensi, penetrando come un fiume carsico tra vari generi musicali, influenzando tipologie diverse di musicisti (metal, gothic, industrial, etno), mantenendo però sempre un tratto peculiare difficilmente replicabile da altri. Mai nella loro trentennale carriera ci sono stati ammiccamenti alle charts, cadute rovinose o momenti di eccessivo compiacimento per il glorioso passato.

A questa regola non è sfuggito l’ultimo album in studio, Anastasis, ennesimo arcano gioiello di una collezione ormai invidiabile, riprodotto per intero nel live act di Padova, iniziato parimenti con Children of the Sun e terminato nell’encore con la splendida Return of the She-King. Quest’ultimo, a mio parere è stato, assieme all’avvolgente e sinuosa Kiko, il miglior brano del repertorio recente reso on stage. Brendan Perry ha cambiato tratti somatici, ma la voce, la personalità e la presenza scenica sono quelle di sempre e dal vivo ci si rende conto che è lui il motore del gruppo. Ha ammaliato con Amnesia ed Opium, grazie ai toni solenni della sua voce ed ha omaggiato il suo idolo di sempre, Tim Buckley, con una Song to the Siren, che non ha raggiunto l’intensità dell’originale, ma ha convinto per trasporto ed anima.

Dal canto suo Lisa Gerrard ha svettato, tenendo a bada certi eccessi vocali che in passato rendevano quasi stucchevoli alcune sue performance e, in un ottica di divisione di compiti, spesso ha lasciato la scena al sodale. Il resto del gruppo (due tastieristi/coristi, due percussionisti ed un occasionale bassista) hanno assecondato il duo con grazia e precisione, discreti - verrebbe da dire- ma fondamentali.

Detto della impeccabile resa live di Anastasis, non possiamo tralasciare le riproposizioni del passato, partendo da Cantara, in cui la voce della Gerrard si è inerpicata su alte vette, accompagnata da una sezione ritmica travolgente al pari di quella di Black Sun con Perry alla voce.

Il miscuglio di spezie di Rakim ha inoltre annullato in una manciata di minuti gran parte di molta sedicente world music prodotta negli ultimi anni. I colori hanno preso però una piega scura con Dreams made Flesh (chez This Mortal Coil, anno 1984): un drone minaccioso di tastiere, una pulsazione di batteria lenta e pesante sullo sfondo e la melodia arcana dello yang t’chin (suonato questa volta da Perry) ad accompagnare un canto/lamento possibile solo alla Gerrard.

Il culmine del concerto, capace di ammutolire il pubblico che ha riempito il Gran Teatro Geox, è stato raggiunto da the Host of Seraphim, episodio in cui il duo si è finalmente fuso per dar luogo ad un risultato eccezionale: i toni alti di lei, quelli bassi e solenni di lui, sono stati coadiuvati dalle voci degli altri due coristi assieme ad un organo chiesastico, mentre un lento e quasi ossianico battito dava il tempo. Alle spalle dei musicisti (e forse nella mente del pubblico presente) le luci di una cattedrale gotica hanno fatto da sfondo al crescendo impressionante delle voci.
Un picco di suggestione ed intensità che pochi (nessuno ?) riescono a ricreare in un live act. Uno spleen ultraterreno nella notte di Padova. Quasi ideale.

DaDaDreaD