Non è un paese per vecchi, un invito ad amare l’essenza del cinema moderno

ConSequenze
[img_assist|nid=12560|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]Scorci di vedute del Texas. Paesaggi silenziosi raccontati sotto diversi gradi di illuminazione. Distese sterminate, mute che urlano silenzi e bellezza repressa. Un voice-off riflette sullo stato delle cose e sui cambiamenti in atto, presente e passato si accavallano nei commenti di un anziano incapace di capire fino in fondo e di vivere serenamente la fretta di cui si nutre un mondo che corre follemente, ma senza meta.

Non è un paese per vecchi inizia così, con una spolverata filosofica che ti prende per mano e ti conduce alle sorgenti dell’allegoria che si cela dietro questa cavalcata estrema, oltre tutto e tutti. Moss (un ottimo Josh Brolin), durante una battuta di caccia, ritrova una valigetta carica di soldi. Sarà l’inizio di una lunga caccia all’uomo, senza nessuna certezza, né punti di riferimento.

Joel e Ethan Coen, traendo spunto dal romanzo omonimo di Cormac McCarthy, ci regalano un concentrato di cinema puro che distilla elementi cari al loro stile[img_assist|nid=12561|title=|desc=|link=none|align=right|width=640|height=555] emulsionandoli in una storia potente e di grandissimo impatto visivo/emotivo. Già dalle prime inquadrature si costruisce, fotogramma dopo fotogramma, su una colonna sonora distorta e angosciante (Carter Burwell), un’attesa ricca di suggestione e fascino, ma che risulta essere difficilmente sostenibile: entra in scena il male ed un clima di oppressione carica il flusso narrativo e arriva, intatto nella sua potenza, nella buia sala. I due registi sanno calibrare alla perfezione tecnica dei movimenti e composizione delle inquadrature, scivolando con apparente semplicità su toni diversissimi tra loro e giocando cinicamente con le nostre corde emotive (per tutta la durata, senza nessun calo di tensione/interesse).

L’opera, malgrado un incipit che può sembrare convenzionale, risulta assolutamente compatta e profonda, come raramente succede ad un film così ambizioso, che sposa contenuti thriller adagiandoli su ambienti western e spruzzando il tutto con una forte dose di dramma sociale e raffinato humour nero.

[img_assist|nid=12562|title=|desc=|link=none|align=left|width=640|height=479]La pellicola, meritatamente premiata con quattro pesanti Academy Awards (miglior film, miglior regia, miglio sceneggiatura non originale e miglior attore non protagonista), è una riflessione ricca di stimoli primari (emotivi) e secondari (intellettivi), molto più che uno splendido esercizio di stile dei due fratellini; è uno spaccato della visione di un mondo in continua evoluzione, senza punti di riferimento. A tratti insostenibile per la costruzione temporale che dilata i tempi della violenza, ma soprattutto quelli del vuoto e dell’attesa e mai banale nello sviluppo di una storia che spesso lascia l’azione in sospeso, se non fuori campo, o la conclude in modo sorprendente. Va sottolineata anche la magnifica scelta degli ambienti, nelle scenografie di Jess Gonchor, e la fotografia del grande Roger Deakins, che restituisce la consistenza ideale alle scelte dei Coen.

Un film che usa la violenza per mostrarne il lato meno ammaliante, a cominciare dal bravissimo Javier Bardem che inietta i suoi sguardi e la sua pettinatura su una scrittura efficacissima, rendendo il suo personaggio uno dei più sconvolgenti in circolazione. Il contraltare umoristico, nonché coscienza (e punto di vista degli autori), è affidato allo stanco e disilluso sceriffo Tommy Lee Jones, unico barlume di umanità (imperfetta ma positiva), che è chiamato a chiudere una storia ancora in fase di stesura.