Notturno bus: una lezione di qualità e simpatia

ConSequenze

[img_assist|nid=6389|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]Periferia romana, esterno notte. Chissà quante ne capitano agli autisti degli autobus, ancor più se sono quelli notturni. Il nostro Valerio Mastandrea interpreta con una squisita e perfetta nota di malinconia uno di questi uomini del turno di notte, che copre la tratta per l’aeroporto di Fiumicino. Ragazzo nella classica via di mezzo tra i trenta e i quaranta, dotato di spiccate qualità umane e intellettive, ma che la vita, per mancanza di spazio e per troppa richiesta di cinismo, ha voluto relegare, costringere, in un ruolo di basso profilo.

 Un meccanismo perverso e appiattente dove l’unico sfogo è quello del gioco (e dei debiti). Perseguitato dal vecchio compagno/bullo della scuola superiore, conduce un’esistenza anonima e con pochissime soddisfazioni fin quando non incontra, tra gente che va e gente che viene, Giovanna Mezzogiorno, ladra di documenti d’identità ancor più spiantata (bravissima a sfumare il registro e a velarlo nei tempi perfetti ora di lucida furbizia, ora di mesta impotenza, senza trascurare la sensualità del corpo), in fuga[img_assist|nid=6390|title=|desc=|link=none|align=right|width=640|height=467] da un passatempo che sta diventando più grande di lei. L’unione di queste due mezze tacche produce uno squilibrio nel film e nelle vite, le conduce a una lenta e progressiva presa di forza e di coscienza.

Il film non vuole certo essere un’analisi intima e psicologica di caratteri e storie, tutt’altro: queste servono solo come pretesto per l’ingranaggio, per dare un equilibrio all’azione che vi si sviluppa e un certo spessore. La storia in sé, è abbastanza risaputa in quanto tale, un canovaccio di genere già preso in considerazione più volte al cinema; quello che cambia è che qui siamo in Italia, ci troviamo di fronte ad un’industria che schifa il cinema non d’autore e che sembra non saper fare, né gestire, il puro divertissement cinematografico. Per questo la pellicola è ancor più godibile e importante: ci sono in giro autori, nel senso di registi, che sono giovani, hanno coraggio, condito da tanta qualità nella messinscena visiva. Davide Marengo alla sua opera prima dimostra di aver appreso alla perfezione la lezione del cinema medio americano, il taglio delle inquadrature sulla pelle dei personaggi e sullo svolgimento dell’azione, crea tensione e ammirazione tecnica, aggiungendo colore a quello che la sceneggiatura non dice. Senza scordare che è si dimostrato ottimo direttore d’attori, spingendoli a ricercare la naturalezza e non l’eccesso. E poi che montaggio ragazzi: velocità, adrenalina, tempi ad incastro perfetti (la scena dell’inseguimento degli autobus farebbe invidia a Walter Hill; onore anche al regista della seconda unità!), toni [img_assist|nid=6391|title=|desc=|link=none|align=left|width=640|height=406]cromatici adeguati al clima e all’ambientazione della storia. La cosa che però rende l’operazione ancora più riuscita e godibile è la sua costante aria di parodia nei confronti dello stesso cinema cui si ispira. Lo mina da dentro, ci inserisce battute divertenti e caratterizzazioni intelligentemente ironiche, senza prendersi mai sul serio. Conclusione: gli attori ci sono, i registi anche (dei tecnici non avevamo mai dubitato), i film potrebbero esserci: ma i produttori saranno pronti a scommetterci ancora?

 

Foto Claudio Iannone