Presentato in anteprima al Candiani di Mestre L’alba del giorno 47. Storia di Giuseppe Taliercio

DocuFilms
In onda giovedì 8 luglio su RaiDue per La Storia Siamo Noi

Mestre (VE) - E' stato presentato lunedì 5 luglio, in anteprima, al Centro Culturale Candiani, alla presenza di un numeroso pubblico, il documentario La Storia siamo noi. L’alba del giorno 47 Storia di Giuseppe Taliercio di Raffaella Cortese e Davide Di Stadio, regia di Davide Di Stadio.

All’evento - in onda per la serie La Storia Siamo Noi, giovedì 8 luglio alle ore 23.30 su RaiDue -  partecipavano oltre agli autori Tiziana Agostini, Roberto Ellero, Adriano Favaro, Piero Corsini e alcuni degli intervistati.
Attraverso una serie di interviste, si ripercorrono gli ultimi giorni di vita di Giuseppe Taliercio dal rapimento nella sua casa a Mestre, il 20 maggio del 1981, al ritrovamento del corpo crivellato di colpi  47 giorni dopo, nel bagagliaio di una macchina abbandonata nei pressi del Petrolchimico di Porto Marghera che egli dirigeva dal 1980.
Nel film, la storia di una famiglia travolta dall’irruzione, con le brigate rosse, della violenza nella propria tranquilla routine, la paura, l’attesa e l’angoscia durate oltre un mese mentre le indagini, che si presentano immediatamente difficilissime, si muovono in tutte le direzioni, nel silenzio, senza notizie e senza richieste da parte dei rapitori.
La DIGOS effettua controlli nell’intricato territorio lagunare, segue ogni minima segnalazione, ma nulla. Non emerge nulla. L’ostaggio è stato trasportato in tutta fretta in una soffitta di una anonima casa di Tarcento (ud) dove resterà segregato per tutta la durata del sequestro. Una tragedia annunciata, circa un anno prima era stato assassinato l’ing. Silvio Gori, vice-direttore del Petrolchimico.
Quella di Taliercio, individuato dalle Brigate Rosse come responsabile dei gravi problemi interni alla fabbrica, compresi gli incidenti ad alcuni operai, è l’agonia di un uomo di grande fede - la sua vita di cristiano è stata di portata tale che Giovanni Paolo II lo ha subito proclamato  “testimone della Fede” -  e grande dignità, un uomo mite che ha continuato a portare avanti il suo lavoro, a dedicarsi agli altri, a rivolgere una particolare attenzione ai lavoratori in difficoltà.
All’alba dei giorno 47 una telefonata anonima segnala la presenza di una macchina parcheggiata nei pressi dello stabilimento di Porto Marghera,  nel portabagagli il suo corpo avvolto in una coperta e massacrato dalla pioggia di proiettili sparatigli addosso da Antonio Savasta. Chi lo vide in quelle condizioni lo descrive come un pulcino, piccolo, indifeso.  La disperazione della famiglia è totale. La rabbia nella fabbrica e il risentimento verso i criminali anche.
Tutti i brigatisti saranno individuati e condannati, tra loro anche Antonio Savasta, il killer, Cesare di Lenardo, dirigente di colonna,  Vanzi e Lo Bianco, Francescutti, esecutori materiali del sequestro. 8 saranno ergastoli. 85 anni complessivi per gli altri colpevoli.
Sono stati intervistati:, i figli dell’Ingegnere, Adriano Favaro, Italo Sbrogiò, Don Franco De Pieri, l’ing. Luigi Di Stasi, l’ing. Giorgio Malagoli, Roberto Emireni (DIGOS), Gianni Francescutti (ex-Brigate Rosse)