Roberto Gatto al Teatro Pasolini di Cervignano: Prog Bottom

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[img_assist|nid=18286|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]Cervignano del Friuli (UD) - Controversa è stata la stagione del rock progressive che ha attraversato la prima metà dei Settanta: c'è chi la associa ad infinite e pallose suite strumentali, ai lustrini di Rick Wakeman densi di quintalate di autocompiacenti deliri sinfonici; c'è chi ne riconosce il tentativo di superare gli angusti confini del rock arricchendolo di commistioni con altri generi “alti” quali jazz e classica.
Poi ci sono i ricordi personali di chi ha passato gli anta: il faccione che campeggia sulla copertina di In The Court Of The Crimson King (che quest'anno compie quaranta anni), il mellotron, i travestimenti di Peter Gabriel, il timbro viscerale di Peter Hammill, i paesaggi fantasy di Roger Dean. Che destasse curiosità il nuovo progetto di Roberto Gatto, che riunendo amici e conoscenti del giro jazz ha voluto celebrarne i fasti, era quanto meno legittimo pensarlo. Doveroso suona inoltre questo ritorno al passato, in virtù del fatto che in Italia il prog ha avuto nei settanta un grande seguito – prova ne siano le miriadi di band nate sulla Scia di Poseidone desiderose di essere ammesse Alla Corte del Re Cremisi - e visto che attualmente giovani adepti ne riscrivono la grammatica in salsa sia metallica che – incredibile – post punk. Il batterista non è sembrato, nella serata del 10 febbraio al teatro Pasolini di Cervignano, porsi ottiche di ampio respiro visto che ha adattato alcuni brani del periodo progressive (e non solo, Matte[img_assist|nid=18287|title=|desc=|link=none|align=right|width=640|height=481] Kudasai è del 1981) ad un jazz classico, pulito, suonato bene da musicisti preparati e di conseguenza per tutti i palati. Termina qui la cronaca che segue il comune gusto, che confonde talento con tecnica musicale. Per chi scrive invece della seconda ce n'era a pacchi ma del primo non se ne è vista l'ombra. L'attitudine dell'ottetto è sembrata , a dispetto delle intenzioni, regressiva: tanto i musicisti “progressivi” erano tesi ad una modernità e ad un superamento di barriere musicali, tanto Gatto ed il suo gruppo hanno evitato guizzi e contaminazioni, arroccandosi sulle solite formule di un jazz innocuo che ha dato paradossalmente una patina di avanguardia alla musica composta decenni fa dai vari Gabriel, Anderson, Fripp e compagnia. E' poi apparso inoltre dozzinale il trattamento riservato a Money dei Pink Floyd (a proposito cosa centra col progressive?) o alla splendida (nella versione originale) I Talk To The Wind dei King Crimson, rese on stage in forma quasi “papettiana”. Meglio è andata con la più muscolare Watcher of the Skies e con la più ariosa Close To The Edge. Hanno fatto eccezione i brani proposti con l'ausilio della voce di John Di Leo, cantante immerso nella Stratos sfera e quindi più a suo agio nel tema della serata ed in particolare nel fondale roccioso descritto da Robert Wyatt nella evocativa Sea Song, arricchita dai virtuosismi di una voce che sembra meritare contesti più progressivi (e progrediti) di quelli rappresentati da questo progetto. A margine registriamo comunque la nota positiva del numeroso pubblico presente in sala, in particolare quello formato da giovani - buon segno - che non erano neanche un'idea quando Fripp portava i pantaloni a zampa di elefante. Chissà se a qualcuno di loro dopo il concerto non è venuta voglia di spulciare tra i vinili di genitori e parenti per addentrarsi in Macchine Soffici, Generatori di Van Der Graaf ed altre meraviglie sonore.