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Simone Bergantini - American Standard (Remix)

Dal 4 giugno al 30 luglio 2011

In concomitanza con la 54.ma Biennale d'Arte di Venezia, Jarach Gallery presenta la seconda personale di Simone Bergantini, vincitore di Talent Calling (FOAM Museum Amsterdam) e del Premio Terna 02, con la serie American Standard (Remix), creata durante la borsa di studio presso l’ISCP di NYC.

2010. Simone Bergantini sbarca a New York con la borsa di studio vinta al Premio Terna. Già conosce la metropoli ma è la prima volta che la vive da artista dentro le meccaniche di un progetto predefinito. Decide che il senso reale dell’esperienza americana sarà il tuffo nell’organismo caldo delle cose, lungo culture e sottoculture, nei meandri di scarti e differenze. Accetta la sfida da autore europeo che ogni giorno metabolizza la memoria lunga, quella che gli americani non possiedono per codice genetico. Vaga per mercatini, luoghi del disuso avanzato, tra piccoli e grandi cimiteri del consumo, nel cuore fragile del capitalismo traballante. Osserva, si intrufola, scova, scarta e poi sceglie… in particolare si fissa su un archivio anonimo del dopoguerra (anni Cinquanta e Sessanta) che acquista in blocco per renderlo il cuore caldo del suo viaggio americano. American Standard (Remix) nasce così.

2011. La mostra da Jarach Gallery sbarca a Venezia (mare anche qui, come a New York) durante la Biennale 2011, nella settimana “santa” in cui il potere culturale americano si trasferisce in Laguna e trasforma la città nel più grande remix di tutti gli standard del globalismo. Non esiste un legame diretto tra le immagini da archivio e il vagabondare mondano della folla milionaria che riempie i canali di strategie, azioni e commenti variabili. Eppure cresce una stranissima ed affascinante sensazione: che tra gli americani nelle opere di Bergantini e l’America culturale odierna ci sia un filo diretto che riporta la memoria breve (perché è così la memoria locale di un americano, non avendo pittura e scultura a raccontare i lontani secoli della propria terra) verso le peripezie del presente. Campo e controcampo tra un passato recente e un oggi indeciso. Il campo americano sono loro, gli avventurieri della tecnologia e della finanza, della scienza e della cultura, dell’organizzazione e delle politiche internazionali. Dall’altra parte pulsa quel controcampo americano che riguarda la zona media delle vite anonime, dei luoghi anonimi, del cibo anonimo, delle case anonime. Nel controcampo crescono la storia del consumismo, gli anni Cinquanta del boom, l’avvento del vivere pop, la passione sfrenata per gli oggetti comodi e funzionali, per i nuovi lussi abbordabili, per la comunicazione a portata di mano. Ed ecco le immagini dei volti in bianconero, ecco gli americani normali di un teatro dai molti fondali nascosti. Ecco gli americani di uno standard che ingloba il punto di rottura, la faglia silenziosa e continua. Non tutto normale ciò che luccica di normalità, potremmo dire. Qualcosa si nasconde dietro gli sguardi sorridenti: e quel qualcosa ha il profumo acre dell’analisi minuziosa che tagliuzza il corpo molle del consumismo. La chiave ipertestuale di Bergantini ha capito il nodo americano con l’arguzia distaccata di un europeo meticoloso e denso. 

Simone Bergantini ha immaginato la mostra come un campo/controcampo.Da un lato corpi su piani ravvicinati, dall’altro luoghi a campo aperto. Da un lato il bianconero, dall’altro il colore nelle sue variabili essenziali. Da un lato formati identici in sequenza, dall’altro formati diversi su un layout disarticolato.  Nell’unica parete centrale un singolo lavoro: limbo ideale e interpretabile, apertura del testo.  Campo. I corpi nascono da una sovrapposizione di due fotografie che compongono la singola immagine. Sono mezzobusti a taglio frontale, facilmente riconducibili al realismo storico tedesco, verso August Sander per capirci. Si tratta di scatti semplici e domestici, nulla di geniale benché ci sia un anomalo feticismo domestico, una ripetizione ossessiva che nasconde la fatidica faglia. Nel modo da morphing assumono la tipica disarticolazione motoria alla Francis Bacon, senza però esasperare la drammaturgia del piano visivo. Bergantini ha trovato fotografie così banalmente normali da trasformarle in un viaggio nel profondo verismo americano. In realtà, pur evitando la tensione muscolare delle torsioni baconiane, si tratta di immaginari che evocano il David Lynch di “Twin Peaks” o l’occhio straniero di Wim Wenders tra le highway californiane. Cito Lynch per la capacità di raccontare il pathos sottotraccia, la follia dietro gesti quotidiani, il surreale nel cuore del reale. Cito Wenders per la capacità di leggere la cultura americana come un chirurgo emotivo che viviseziona gli stereotipi con precisione e sentimento. La sequenza fotografica inquieta senza spaventare, come se catturasse la frattura interiore e ne riportasse un frangente mascherato, addormentato sotto l’apparenza del sorriso o della posa da ritratto. La pelle trema, parafrasando un film che parlava di terra. La terra trema di conseguenza, sotto il peso di corpi instabili e anime scivolose. 

Controcampo. I luoghi nascono dalla sovrapposizione di una fotografia con l’immagine dei graffi sul negativo di quella stessa foto, il tutto virato in digitale con gamme cromatiche non casuali. Ogni opera ha un formato diverso dalle altre, la stessa composizione del foglio risulta unica nell’impaginazione stilistica. Sul muro i pezzi sono montati in maniera randomica e mostrano una dominanza complessiva che richiama (senza farlo in modo rigido) i tre colori della bandiera americana: bianco, rosso, blu. L’effetto del controcampo nasce per contrasto: ora la precisione geometrica dei ritratti in sequenza, ora i luoghi e le situazioni anonime che evidenziano la fatidica faglia in movimento, il sisma nascosto che incrina l’apparente certezza del quotidiano. 

La lettura del progetto evidenzia un fraseggio leggibile e dialogante, un gioco minuzioso tra contenuti e contenitori, aperture e chiusure, chiaro e scuro. Ma tutto ciò che appare in un modo è anche il suo contrario, l’opera vive di doppie anime ed esiste per complessità aperte. Sono lavori che dimostrano intelligenza immaginativa ed elasticità del remix linguistico. Ci dicono molto sul passato come archivio fotografico dell’esistente, ci dicono moltissimo sul futuro di un linguaggio, la Fotografia, che esprimerà la sua matura coscienza nel rapporto mercuriale con la memoria privata e collettiva.

[Testo a cura di Gianluca Marziani]

 

Scheda Evento

Location:
Jarach Gallery, Campo San Fantin, San Marco 1997 - VENEZIA
Tel.:
0415221938