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Natura morta per i diritti umani: Isabelle Huppert e il fantasma della rivoluzione francese

Mittelfest 2007
[img_assist|nid=8556|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]Cividale del Friuli (UD) - La performance Natura morta per i diritti umani. Appunti sulla rivoluzione inaugura il Mittelfest di quest’anno. Alla sua 16° edizione, il festival della mitteleuropa sceglie come tema i diritti umani, così come questi sono stati definiti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del dicembre 1948, di cui nel 2008 ricorrerà il sessantesimo anniversario.
La data dello spettacolo non è casuale, ma richiama quel 14 luglio che segna l’inizio della Rivoluzione Francese con la presa della Bastiglia. Libertè, Egalitè, Fraternitè. Inizia più di due secoli fa la tormentata storia dei diritti umani nella cultura occidentale. Robertò Andò, a cui è stata affidata la drammaturgia e la mise en space, fa ripercorrere allo spettatore le tappe di questa storia, prendendo come pretesto il fantasma della madre di tutte le rivoluzioni. Ma lo spettacolo non è semplicemente una riflessione sulla rivoluzione francese, ma sulla condizione umana di oggi dopo le tragedie del nostro secolo.
La presenza di Isabelle Huppert, icona della cinematografia[img_assist|nid=8557|title=|desc=|link=none|align=right|width=428|height=640] francese, ci guida in questo itinerario, affiancata da Ruggero Cara e Moni Ovadia, direttore artistico del festival. La scelta del luogo è azzeccata ed era ora che si usasse quel’ex-cementificio di Cividale, archeologia industriale diventata un non-luogo, che nella sua attuale condizione di degrado e abbandono ben accoglie le riflessioni che il regista vuole esprimere rispetto alla deriva dei contenuti che quella rivoluzione aveva espresso.
La gente è accalcata all’entrata. Quando i cancelli si aprono c’è quasi fretta di entrare per primi, ma lo spazio è grande e all’inizio ci si deve ambientare. L’atmosfera è un po’ inquietante e non si sa bene dove poggiare lo sguardo. Lo spettacolo è già iniziato. Isabelle troneggia su una struttura ai cui lati sono appesi cappelli e garofani incollati su delle sedie. I silos fungono da schermi dove vengono proiettate immagini ben curate da Luca Scarzella. Ma bisogna avere occhio lungo e attento perché più lontano ci sono altre installazioni: una cantate sulle scale, dei figuranti e più tardi i coinvolgenti musicisti diretti da Sasha Karlich. Incastonati in questa enorme installazione scenica del cementificio, quasi incontrati per caso, ci si imbatte in personaggi, che nella loro fissità spaventano. Personaggi che conosciamo bene dai libri di storia e che sono nel nostro immaginario, ma che qui sembrano imbalsamati nel ricordo, proprio come figure morte. Un vecchio col cappello sistemato dentro a una cabina del luogo è il primo che troviamo con la sguardo fisso davanti a sé (è forse Napoleone?) e più avanti, rialzato, Marat ovviamente in vasca e col braccio penzolante, come lo ritrasse il pittore francese Jacques-Louis David. Lo spettatore forse non è abituato e qualcuno, di questi quadri viventi, non se accorge e passa oltre, preoccupato di non perdersi la Huppert. Peccato però che le parole da lei declamate in francese non coincidano con la traduzione proiettata, troppo veloce. E qualcosa dei testi scelti (in tutto lo spettacolo Paul Auster, Jean Baudrillard, Umberto [img_assist|nid=8558|title=|desc=|link=none|align=left|width=640|height=430]Eco, Elias Canetti, Roberto Calasso e Arthur Rimbaud) forse sfugge a qualche spettatore. Come guardando un paesaggio fuori dal finestrino di quei treni di una volta, le immagini e le suggestioni si riflettono in un pubblico quasi frastornato. Tre sono le stazioni dove, di volta in volta, Isabelle Huppert dialogherà con Ruggero Cara, interprete di diverse figure legate alla rivoluzione. Alla Huppert, infatti, risponde subito Moni Ovadia, sempre rialzato come se parlasse al popolo, vestito col mantello da giudice e accompagnato da un simpatico suonatore di sitar che sembra un personaggio di cabaret con la sua giacca a coda e le sue luccicanti paillettes. Cantano ironicamente la Marsigliese. E gli spettatori costretti a stare con la testa alzata seguono il flusso che li porta fino all’ultima tappa, dove sono ricordate le graffianti parole di Canetti e dove la maestosa scenografia ricostruisce scene con la Huppert che indossa la giacca di Napoleone e figuranti quali il prete, la prostituta… Si leggono con terrore e sgomento le parole dello scrittore ebreo premio Nobel che vengono proiettate assieme a immagini di morti. Canetti spera in un' Apocalisse rovesciata che spazzi via la minaccia degli esseri umani, che si sono arresi, che sono ormai distratti e che giorno dopo giorno decidono di non decidere. In ultimo si passa in un corridoio trasformato in cimitero, dove sulle tombe ci sono foto così minuscole che si è costretti ad andare vicino per vederle. Immagini di vite perdute, morti nel lager o in altri luoghi indicibili. Coccoliamo la storia, la guardiamo, la proteggiamo, ma oggi non la facciamo più, la celebriamo e basta. Forse per quello che tra le scenografie c’era anche uno scaffale di libreria con libri ingessati e inutili. La paura di cambiare ci ha fatto chinare forse il mento? Ma se crediamo di essere assolti, siamo lo stesso coinvolti, diceva De Andrè. Anche lo spettatore, con la sola funzione di spectator sta a guardare passivamente e indifferente quello che accade.
 
Foto Luca d'Agostino/Phocus Agency © 2007 (Siae) - Natura Morta per i Diritti Umani - Mittelfest 2007