Error message

Il file non può essere creato.

Sinfonia d'autunno: la quiescenza del Teatro italiano

Sipario

[img_assist|nid=14852|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=127]UDINE – Teatro Giovanni da Udine, ore 21.40. E' in scena Sinfonia d'Autunno, dramma teatrale in un unico atto da novanta minuti, tratto dal famoso testo cinematografico di Ingmar Bergman. Eva (una brava Maddalena Crippa), giovane e repressa, accoglie la madre Charlotte (Rossella Falk), pianista dolorante e decadente, in casa sua e del marito Viktor (un misurato e naturale Marco Balbi), pastore protestante innamorato sincero ma con poco slancio affettivo.

L'incontro, dopo anni di isolamento delle due, sarà difficile e molto breve (trentasei ore), e condurrà ad uno scontro-confronto tra un passato di difficoltà emotive mai del tutto risolte e tra diversi punti di vista sull'altro (di mezzo ci sono anche un aborto di Eve, il recente lutto di Charlotte e una figlia-sorella disabile che vive nella stessa casa, lasciata delicatamente fuori[img_assist|nid=14853|title=|desc=|link=none|align=right|width=427|height=640] scena). Meno di un'ora dall'inizio e, accanto a me, una signora dorme beatamente pensando ai nipotini mentre un giovanotto distinto si diverte con il suo cellulare di ultima-generazione. Maleducazione a parte, questi segnali sono i sintomi evidenti di qualcosa che non stava funzionando sul palco. Melodramma turgido sulla comune linea scandinava della tristezza decadente, perfetto esempio di Bergman-touch che amava gli uomini e le loro debolezze ma ancor di più le donne, l'opera viveva sullo schermo e si reggeva agevolmente soprattutto per la maestria dell'occhio cinematografico del grande autore svedese e dell'interazione magistrale mdp-luci-attori. Un contrasto sull'incomunicabilità dei sentimenti, analizzato attraverso il filtro della claustrofobia degli spazi e delle inquadrature (sui volti). Trasportando la partitura tal quale sulle assi di un teatro, come ha fatto il mediocre (almeno in questo caso!) Maurizio Panici, con l'aiuto delle ancor più modeste e scolastiche scene di Aldo Buti e luci di Franco Ferrari, si ha un impoverimento notevole della tensione drammatica e un incremento della monotonia di fondo, dovuto alla staticità dell'impianto e ad una rigida schematicità [img_assist|nid=14854|title=|desc=|link=none|align=left|width=640|height=427]scenografica e attoriale. La claustrofobia imposta da Bergman, viene dispersa nel grande spazio teatrale ed è quindi naturale la distrazione di un pubblico non sempre coinvolto in maniera adeguata; più ricco di pathos l'ultimo quarto d'ora, dove la forza drammaturgica e la veemenza interpretativa danno vita a un prodotto totalmente anemico. La critica verso il rinnovamento, la sperimentazione estrema di alcuni registi contemporanei che perseguono nuove forme espressive può anche, talvolta, essere giusta, ma non deve farci ristagnare nell'esatto contrario: prodotti precotti come vuoti contenitori, assemblati con povertà di idee e di mezzi, adagiati su una inerte lettura del testo con attori/autori-specchietti per le allodole. E, ahimè, che dolore vedere una artritica, mummificata, vezzosa, accademica Rossella Falk (classe '26) che, in nome del suo amore per il Teatro, accetta miopemente di partecipare al suo (del teatro e di Rossella stessa, nda) funerale artistico.