Connessomagazine.it incontra Edgar Reitz

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[img_assist|nid=8357|title=|desc=|link=none|align=left|width=130|height=130]GORIZIA - La XXVI edizione del Premio Internazionale alla miglior sceneggiatura cinematografica “Sergio Amidei” ha deciso di conferire il Premio all’Opera d’Autore a Edgar Reitz in virtù di una filmografia lunga e importante e di un impegno costante nel campo della ricerca, della conservazione e dell’insegnamento del cinema in Germania e in Europa.

Edgar Reitz è celebre soprattutto per il grande romanzo cinematografico Heimat, lunga saga in tre parti sulla storia tedesca dal 1919 al 1999. Il prestigioso riconoscimento Goriziano viene attribuito a grandi autori che si sono cimentati nel cinema e nell’immagine, che hanno saputo distinguersi come artisti completi con una particolare attenzione nell’ambito della scrittura, della sceneggiatura e della narrazione, giungendo a un’umana e completa comprensione dell’arte e della vita.
Il Premio ha proposto in versione integrale Die Zweite Heimat, capitolo centrale della trilogia, dedicato agli anni sessanta.
Nato a Morbach, nell’Hunsrück, nel 1932, Edgar Reitz studia[img_assist|nid=8355|title=|desc=|link=none|align=right|width=640|height=479] letteratura, drammaturgia e storia dell’arte all’Università di Monaco e si avvicina al cinema, come assistente alla regia, al montaggio e alla produzione, durante la metà degli anni Cinquanta. Tra il 1959 e il 1965, realizza i suoi primi lavori, documentari, film industriali e cortometraggi, di cui vedremo alcuni esemplari durante il Premio. Momento di svolta del suo percorso artistico come della storia del cinema tedesco è il 1962: in occasione del Festival del cortometraggio di Oberhausen, Reitz, Alexandre Kluge e altri ventiquattro giovani registi tedeschi firmano il Manifesto di Oberhausen, nel quale, schierandosi contro l’industria cinematografica della Germania occidentale, proclamano la nascita di un Nuovo cinema tedesco, innovatore nei contenuti e nel linguaggio. Il primo lungometraggio di Reitz, Mahlzeiten, del 1966, è considerato una delle prime opere rappresentative di questo giovane cinema tedesco. Ma Edgar Reitz viene ricordato soprattutto per il grande romanzo cinematografico Heimat, lunga saga in tre parti – del 1984, 1992 e 2004 – i cui trenta lungometraggi rappresentano un complesso affresco della storia tedesca dal 1919 al 1999. Racconto corale che intreccia storia collettiva e storie individuali, Heimat recupera e rielabora la memoria della Germania – dall’ascesa del nazismo alla costruzione del muro, dalle speranze degli anni Sessanta alla riunificazione – e fa i conti con il passato, e con il presente, di un’intera nazione.
Nell’assegnare il riconoscimento a Edgar Reitz, il Premio Amidei ha dunque guardato al suo cinema come espressione alta e compiuta dell’identità europea, come poema, per immagini, della Storia e come epopea delle divisioni, dei confini e delle lacerazioni, esteriori e interiori, che hanno caratterizzato un “secolo breve” appena passato ma ancora così presente.
[img_assist|nid=8356|title=|desc=|link=none|align=left|width=640|height=479]Lo abbiamo incontrato prima del suo incontro con gli studenti del Dams e del Master in Scritture per il Cinema presso il Palazzo del Cinema, in Piazza Vittoria, e gli abbiamo rivolto alcune domande.


Connessomagazine.it: - Come nasce e come si realizza un progetto impegnativo come Heimat?
Edgar Reitz: - L’inizio di un progetto è sempre “cieco”. Si può avere solamente un’idea. Sapevo che ci avrei messo due anni a realizzare l’opera ma non riuscivo ancora ad immaginarne la portata, la dimensione esatta.
Le saghe filmiche sono sempre caratterizzate da polemiche di carattere politico. Lei ha incontrato questo tipo di problemi in Germania? Viviamo in democrazia per fortuna! Sono i soldi che censurano.

Connessomagazine.it: - Perché la scelta di alternare le scene a colori con quelle in bianco e nero nella sua opera?
Edgar Reitz: - Normalmente è inusuale. Dal mio punto di vista non è un approccio interpretativo ma uno strumento per raccontare le diversità delle immagini espresse tramite il cambio del colore. Quando mi avvalgo della prospettiva in bianco e nero, cerco di dare risalto al viso, alle caratteristiche ed alle peculiarità dell’espressione dello sguardo. Con il colore invece vado a sottolineare tutto ciò che gli sta attorno: l’arredamento, la natura ed il paesaggio. In questo modo è il colore che dà il significato alle cose.

Connessomagazine.it: - Quali sono i riferimenti cinematografici nel suo cinema? E quelli letterari?
Edgar Reitz: - La mia fonte di ispirazione più grande, più che il cinema è sempre stata la letteratura. Il cinema non è poi così ricco di opere che sono capaci di raccontare un universo narrativo. Uno degli scrittori che mi ha ispirato maggiormente è stato Marcel Proust, col suo tema estremamente cinematografico, la ricerca del tempo perduto. Trovo che l’arte cinematografica sia uno strumento perfetto per costruire una rappresentazione della memoria. Non dimenticherei anche I Buddenbrock di Thomas Mann. Per quel che riguarda le mie fonti di ispirazione cinematografica, senz’altro sono appassionato del Neorealismo italiano: Visconti, Rossellini, ed il Fellini prima maniera. Autori determinanti nella mia formazione.